Totò Riina “cellulare in carcere nel ’93”/ Mafia, ordinò attentati a Roma e Milano?

- Niccolò Magnani

“Totò Riina aveva un telefono cellulare in carcere a Rebibbia nel 1993, durante la stagione delle stragi con le bombe a Roma e Milano”: il racconto choc del giudice Calabria

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Totò Riina

Lo ha riportato solo il Fatto Quotidiano ma se venisse poi confermato anche in sede processuale la notizia emersa oggi dal Giudice Andrea Calabria potrebbe avere effetti devastanti: «Totò Riina aveva un telefonino in carcere a Rebibbia quando era recluso nel luglio 1993». Il più importante capomafia, ininterrottamente alla guida di Cosa Nostra dal 1982 fino all’arresto avvenuto il 15 gennaio 1993, avrebbe provato a “orchestrare” altri ordini all’esterno del carcere in teoria di massima sicurezza con il regime della detenzione “dura” del 41 bis: al momento indagala Procura di Palermo, ma se la “fonte” venisse confermata significherebbe che Totò Riina potrebbe aver partecipato attivamente alla seconda stagione delle stragi di Mafia (dopo quella ultimata nel 1992 con gli omicidi dei giudici Falcone e Borsellino), ovvero gli attentati con bombe a Milano e Roma nel 1993 organizzati dai fratelli Graviano, da Matteo Messina Denaro e dal cognato-reggente Leoluca Bagarella. L’intento, secondo i magistrati, è quelle stragi arrivassero a piegare le resistenze allo Stato per una «trattativa» più volte al centro di processi, tutt’ora in corso. Il 14 ottobre scorso un giudice di grande esperienza come Calabria ha spiegato in una deposizione quanto ora i pm stanno indagando, con già qualche primo riscontro. «Non solo e non tanto sull’esistenza del telefonino oggi impossibile da verificare. Quanto sul perché Riina sia rimasto detenuto, dopo quella segnalazione proveniente dal Capo della Polizia, in un carcere che sembrava voler favorire i suoi contatti con l’ esterno», si chiede il giudice Calabria e il collega del Fatto Quotidiano.

IL 1993, LA MAFIA E GLI ATTENTATI DI MILANO E ROMA

Nel 1993 Calabria si occupava dei detenuti al Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, mentre oggi è presidente di sezione della Corte d’ Appello di Roma e 20 giorni fa nell’aula bunker dell’Ucciardone ha raccontato quanto scoperto inuma nota riservata del Capo della Polizia. «Non so se l’avevo già detta questa cosa piuttosto importante che riguardava Riina venne una segnalazione riservata del ministero dell’Interno credo proprio dal capo dalla polizia nella quale si ipotizzava che con l’ausilio di alcun agenti di polizia penitenziaria a Rebibbia Riina avesse a disposizione un apparato per comunicare con l’esterno, un telefono o un telefonino», spiega Calabria ai giudici rilevando quello che potrebbe essere per l’appunto un dettaglio inquietante per quello che era il periodo “clou” della stagione delle stragi, con le bombe esplose di lì a poco nella notte del 27 luglio 1993 tanto a Roma quando a Milano. «Fui proprio io, d’accordo con il consigliere Filippo Bucalo, a trasferire Riina al carcere di Firenze Sollicciano per qualche mese in attesa di fare gli accertamenti e verificare se questa notizia fosse fondata o infondata» spiega il giudice Calabria fornendo poi un dettaglio forse più “inquietante” che getta qualche ombra sui protagonisti inseriti nella sua deposizione: a stoppare quel trasferimento è stato Francesco Di Maggio, all’epoca vicecapo del Dap, anche lui magistrato famoso all’epoca considerato una sorta di «nuovo» Falcone. Ebbene, conclude Calabria «Io presi qualche giorno di ferie, Di Maggio richiamò Bucalo e gli fece revocare il provvedimento facendo rimanere Riina detenuto a Rebibbia. In base a quali informazioni io non lo so». Secondo il giudice, l’allora Capo della Polizia – Vincenzo Parisi, scomparso negli anni Novanta proprio come Di Maggio – non diceva come aveva saputo quella notizia: «Sono quelle relazioni riservate che sono indirizzate al Dap, dove non si indica la fonte». Il caso poi rimane “coperto” e oggi i pm provano a capire perché non vi furono ulteriori controlli, qualora fosse tutto confermato quanto riferito da Calabria. Il procuratore di allora, Gian Carlo Caselli, non venne mai informato, né il Ministro della Giustizia: va detto che quella nota del Capo della Polizia nel luglio 1993 non è stata trovata dai magistrati di Palermo nelle scorse settimane, ma – riporta ancora il Fatto Quotidiano – è altrettanto vero che sono stati reperiti due provvedimenti molto ravvicinati dove veniva prima disposto il trasferimento di Totò Riina, il capo dei capi, a Solliciano, mentre nel secondo tutto veniva revocato d’urgenza.



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