Trilogia Autunnale del Ravenna Festival/ Una “Carmen” spumeggiante

- int. Giuseppe Pennisi

Un lavoro che occorre correre a vedere a Lucca ed a Ferrara. Sperando che venga ripreso a Ravenna ed in altre città.

CarmenZani Casadio
Foto Zani-Casadio

Secondo i sondaggi periodicamente condotti dal sito ‘Operabase’, il portale più seguito dai melomani e dai professionisti, Carmen è stata per decenni l’opera più ascoltata e forse più vista al mondo. Soltanto di recente è stata superata dal Don Giovanni di Wolfgang Amadeus Mozart, ma si è trattato di un breve interludio. Nel 2011 Carmen era di nuovo in testa, superata però da La Traviata nel 2013. Nella stagione 2015/2016 è risultata terza in classifica, in numero di ‘produzioni’, termine differente da ‘rappresentazioni’. Nelle ultime due stagioni si contendeva il primo posto con La Traviata ancora una volta.

E’, comunque, una delle opera più viste e più ascoltate, anche grazie alle versioni cinematografiche, principalmente quella di Otto Preminger negli Anni Cinquanta (che la situava in una base militare dell’epoca) e quella di Francesco Rosi negli Anni Ottanta (fedelissima all’ambientazione ed al libretto). Sino a tempi recentissimi, la si presentava nell’edizione messa a punto per l’Opera di Vienna nel 1875 dal mesteriante Ernest Guiraud che aveva non solo musicato le parti parlate ma rimaneggiato, malamente, l’orchestrazione. In Italia, viene di solito presentata nella traduzione ritmica nella nostra lingua.

La produzione di Carmen presentata alla Trilogia Autunnale del Ravenna Festival (e che si vedrà a Lucca ed a Ferrara, i cui teatri la co-producono) è importante perché è quella originale che debuttò a Parigi in quanto opéra comique con dialoghi parlati tra i vari numeri musicali ed ovviamente in francese. L’orchestrazione è più ruvida di quella taroccata da Guiraud, ma più affascinante. Non ha nulla del colore “verista” delle Carmen che imperversavano sino alla fine degli Anni Ottanta e che si ascoltano spesso ancora oggi. Da un lato, richiama i madrigali polifonici (il quintetto del secondo atto) e, dall’altra, è protesa verso un espressionismo che mai prese radici in Francia, ma creò una grande scuola in Germania.

Altro aspetto significativo è che la regia è di Luca Micheletti, artista che segue, contemporaneamente, più carriere nel mondo dello spettacolo: non solo è un premiato regista, attore e mimo ma è anche un baritono di classe. Interpreta, infatti, il ruolo del torero Escamillo.

Lo spettacolo è molto differente da Norma ed Aida che lo hanno preceduto in questa Trilogia. L’ambientazione è in una Spagna novecentesca di malaffare, prostitute, lenoni, bordelli, contrabbandieri in cui il buon soldatino Don José si lascia traviare, e rovinare a ragione di quella che pare essere la sua prima esperienza sessuale. Unico personaggio positivo è l’innocente Micaela. Non ci sono proiezioni ma elementi scenici (di Ezio Antonelli) in cui dominano (peraltro anche nei costumi di Alessandro Lai) il nero, il grigio ed il rosso. Di alto livello la recitazione di protagonisti, comprimari, comparse e coro.

L’orchestra diretta dal bielorusso Vladimir Ovodok, che abbiamo conosciuto pochi anni fa proprio qui a Ravenna, è smagliante: piena di colori e di ritmo costruisce un dramma intenso che si segue con passione. Tra i protagonisti spiccano Martina Belli (una Carmen felina e rapace con una coloratura dal colore scuro ed un vasto registro), Antonio Corianò (un Don Josè giovane ed aitante con un bel timbro da tenore spinto) e Luca Micheletti (un Escamillo cinico con una voce robusta). La sera del 7 novembre (la recita a cui ho assistito), Elisa Balbo (Micaela) è stata meno convincente di altre volte in cui la ho ascoltata cantare. Molto bravi i cantanti-attori nelle numerose parti minori.

Un lavoro che occorre correre a vedere a Lucca ed a Ferrara. E spero che venga ripreso a Ravenna ed in altre città.

 

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