UCCISO AL ZAWHAIRI/ Non basta più freddare il capo di al Qaeda per comandare il mondo

- Gianfranco Lauretano

Biden ordina l’esecuzione di al Zawhairi 21 anni dopo l’11/9 e dichiara che gli Usa sono più sicuri. Intanto Nancy Pelosi provoca la Cina a Taiwan

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Ayman al Zawhairi (a sin.) accanto a bin Laden nel 2002 (LaPresse)

Qualche anno fa, poco prima della pandemia, conducevo un gruppo di studenti di sedici e diciassette anni in un laboratorio didattico di un liceo. A un certo punto ho fatto un esempio sulle Torri Gemelle di New York, incontrando offuscamento nello sguardo dei ragazzi: non sapevano di cosa stessi parlando. Facendo due conti, ho scoperto che all’epoca dell’attentato non erano ancora nati, che quel fatto era per loro già storia e, come tutte le storie, se qualcuno non gliela tramanda non esiste. Immagino cosa possano pensare quegli stessi ragazzi ormai ventenni della notizia, trapelata in questi giorni, che un drone americano ha ucciso domenica 31 luglio a Kabul, in Afganistan, Al Zawahiri, capo di Al-Qaeda, erede di Bin Laden: come a quei tempi forse proprio nulla. Indifferenza totale.

Ammetto di non aver provato molto di più, anche se l’11 settembre 2001 io c’ero. Del vecchio Al Zawahiri, ultrasettantenne ormai ai margini, si apprende, della conduzione dell’organizzazione terroristica, i telegiornali hanno smesso di informarci da anni. Al-Qaeda avrà pure continuato a terrorizzare, ma anche di questo da un po’ non venivamo informati. Adesso improvvisamente si apprende che l’infallibile Cia (infallibile?) pianifica per mesi un’operazione per far fuori a colpi di missili un vecchio capo terrorista, affacciatosi a prendere una boccata d’aria sul balcone di casa. Ammesso che ci siano voluti davvero mesi a trovarlo, cosa già poco credibile, come si spiega? Davvero era necessario perseguire il responsabile di un evento di cui chi non ha almeno un quarto di secolo non è mai stato al corrente?

Come sempre, chi non conosce i retroscena e i veri motivi dell’azione, cioè tutti noi, si concentri sugli effetti, perché probabilmente il vero motivo sta lì. Secondo le grossolane motivazioni portate dal presidente americano Biden, l’uccisione di Al Zawahiri rientra nell’ambito della lotta al terrorismo, che sarebbe tuttora in atto. Non importa quanto tempo possa passare, ha affermato: gli americani non dimenticano e al momento giusto sanno colpire e punire. Il vecchio sangue cow-boy non mente, la vendetta è la vendetta. Ora gli abitanti degli Stati Uniti saranno più al sicuro. Ha detto proprio così, anche se sembra inverosimile.

Non occorre un genio per smontare queste ragioni. Non si capisce come l’uccisione di un pensionato dovrebbe rallentare il terrorismo, ad esempio. Ma, a ben pensarci, ecco che un effetto è già stato ottenuto: questa esecuzione è un promemoria. C’è stato il terrorismo e c’è ancora, sveglia ragazzi. Se il vecchio attentatore era andato in pensione, non così il guardiano del mondo, la sentinella della libertà, Joe Biden/John Wayne. Il custode della nostra sicurezza, in effetti, era un po’ in crisi: proprio nell’agosto di un anno fa era avvenuta la vergognosa ritirata dall’Afghanistan, lasciato in mano ai nemici storici, i talebani, con migliaia di afgani che avevano dato credito a Biden-Wayne e si sono trovati con la gola tagliata per questa loro avventata fiducia.

Nel frattempo l’America ha perso altre scommesse e fatto altre promesse, come all’ucraino Zelensky o Tsai Ing-wen, presidentessa di Taiwan, che Dio gliela mandi buona a entrambi. Il primo è nella palude di una guerra di cui non si vedono sbocchi; alla seconda è stata mandata in visita l’ottantaduenne rappresentante politica Nancy Pelosi per dare “sostegno alla democrazia” (le democrazie in mano ai giovani, dunque), in quella che sembra più che altro una provocazione alla Cina. Chi se ne intende più di noi sa che le guerre servono spesso a distogliere l’attenzione: forse dall’autunno critico che attende noi come gli americani, forse dall’emorragia notevole che il consenso dell’operato di Biden, tutt’altro che apprezzato, sta avendo in una patria socialmente spaccata a metà.

La nostra capacità di comprensione si ferma qui, sulla soglia di tante domande irrisolvibili, per ora. Vedremo dove questi atti, politici più che militari, porteranno il mondo. Ci vantiamo però di essere europei: le giustificazioni della presidenza Usa all’esecuzione di Kabul, allo stipamento di armi a Kiev, alla visita provocatoria e poco sensata a Taipei potranno soddisfare qualche californiano o texano o newyorkese appassionato di armi, ma a noi puzzano. Chi vivrà vedrà. Sperando di poter continuare a vivere.

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