UE E POLITICA/ “Così Bruxelles lascia l’Italia sola contro la crisi”

- int. Domenico Lombardi

L'Ue accende il faro sui conti dell'Italia, ma non fa passi avanti sulle strategie contro la crisi energetica su cui il Governo Meloni punta

vonderleyen gentiloni 1 lapresse1280 640x300 Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione, con Paolo Gentiloni, commissario all'Economia (LaPresse)

Mentre nella mattinata di martedì Giorgia Meloni e alcuni ministri del Governo presentavano alla stampa la Legge di bilancio 2023 approvata nella notte precedente, la Commissione europea riaccendeva il faro sui conti pubblici dell’Italia e di altri 16 Stati. Bruxelles svolgerà, quindi, degli esami approfonditi per valutare se gli squilibri macroeconomici di questi Paesi membri, tra cui anche Francia e Germania, si stiano aggravando o siano, invece, in fase di correzione.

La notizia è passata un po’ in secondo piano, ma merita più di un commento, come ci spiega anche Domenico Lombardi, economista ed ex consigliere del Fondo monetario internazionale, soprattutto guardando la scheda riguardante l’Italia.

Cosa c’è di importante nella scheda sul nostro Paese?

Rispetto a quella dell’anno scorso, si nota un linguaggio più aggressivo e incentrato sull’elevato livello del debito pubblico. Sappiamo, però, che dal 2021 il rapporto debito/Pil è sensibilmente diminuito ed è previsto che continui a scendere ulteriormente, anche se in misura più ridotta. Il fatto è che la Commissione ha utilizzato, in gran parte, i dati dell’anno scorso, non quelli correnti o previsionali che testimoniano un miglioramento nelle condizioni della finanza pubblica, anche per quel che riguarda il deficit fiscale. L’Italia, inoltre, presenta un avanzo di partite correnti. Insomma, il contesto economico è senz’altro sfidante, ma le politiche economiche messe in atto dal precedente Governo Draghi e dall’attuale Governo Meloni sinora sembra vengano sottovalutate. Bruxelles, quindi, decide di accendere ancora una volta un faro sull’Italia, parlando di una persistenza di squilibri macroeconomici, ma questa valutazione deriva da un’analisi di dati che è in larga parte, appunto, retrospettiva e i cui sviluppi riflettono shock esogeni. Ora bisognerà seguire con particolare attenzione questo dossier.

Perché?

Perché se questa indagine supplementare che la Commissione svolgerà sull’Italia dovesse concludersi con un esito sfavorevole, ciò rappresenterebbe una condizione potenzialmente ostativa per l’attivazione del programma Tpi della Bce, il cosiddetto scudo anti-spread.

A dicembre, intanto, verrà esaminata la Legge di bilancio appena approvata. Non dovrebbe incontrare obiezioni da parte di Bruxelles.

La Legge di bilancio testimonia uno sforzo di migliorare o comunque salvaguardare l’equilibrio della finanza pubblica in una situazione particolarmente complessa. Valorizza una serie di priorità che la coalizione di centrodestra aveva inserito nel proprio programma elettorale, ma nel solco di una rinnovata prudenza e di un senso di responsabilità che il presidente del Consiglio ha voluto chiaramente impartire. I parametri di bilancio che sono stati definiti agiscono da perimetro rispetto ai provvedimenti adottati, che riguardano in particolar modo il sostegno alle famiglie e alle imprese colpite dalla crisi energetica.

Questi sostegni arrivano fino a fine marzo. Se per allora la situazione non sarà cambiata, si riaprirà il problema di trovare nuove risorse per nuovi provvedimenti.

Ritegno che il Governo abbia fatto tutto il possibile tenendo presente quello che è il quadro realistico delle risorse fiscali disponibili. Il fatto che i sostegni siano finanziati fino a fine marzo garantisce una finestra temporale adeguata per auspicabili iniziative sia in campo diplomatico, sia in sede europea, volte a mitigare gli effetti dirompenti di questa crisi. Stiamo attraversando una sua fase acuta che non può durare per un tempo indefinito, altrimenti ci si dovrà per forza chiedere quale sia il ruolo dell’Europa.

Insomma, non ci può essere un’Europa solo guardiana dei conti, ma deve proporre anche soluzioni alla crisi…

Esattamente. Dato che la crisi che l’Europa nel suo complesso sta attraversando è unica, inedita, con effetti destinati a perdurare, insieme a un’inflazione come mai avevamo visto negli ultimi decenni, è chiaro che la risposta deve essere ad ampio raggio e non può limitarsi alle sole misure messe in atto da singoli Paesi. Se il price cap al gas fosse già stato introdotto quando l’Italia l’aveva chiesto si sarebbe generato un significativo risparmio di risorse che poteva essere impiegato per sorreggere ulteriormente l’economia europea.

Sul price cap si è arrivati ora a una proposta che l’Italia stessa ha bocciato perché, come ha spiegato il ministro Pichetto Fratin, “non scatterebbe nemmeno se il prezzo esplodesse come è successo l’estate scorsa”.

Su questo tema l’Europa si gioca un importante capitale di credibilità: si tratta di trovare una quadra tra tutti i Paesi, soprattutto quelli più restii a un price cap più efficace, per consentire di indirizzare le risorse limitate che sono disponibili ai settori che ne hanno maggiormente bisogno. Altrimenti si finisce con il privilegiare i soggetti che producono e vendono gas e, d’altro canto, penalizzare quei Paesi che, pur in condizioni difficili, fanno delle lealtà atlantica un caposaldo della loro politica.

Ci devono, però, essere azioni che vadano aldilà del price cap.

L’intervento dell’Europa deve essere su più livelli. Da un lato, serve un provvedimento immediato relativo a un price cap che sia, però, efficace e implementabile. Dall’altro, si dovrebbe prevedere la costituzione di un fondo che finanzi interventi anche compensativi a favore delle economie maggiormente colpite dalla crisi. Certamente c’è ancora molto lavoro da fare su questi interventi. Ci sono alcuni Paesi che su iniziative importanti e strategiche come queste non forniscono il capitale politico che sarebbe necessario, pur essendo, o definendosi, europeisti.

Torniamo un attimo al giudizio della Commissione sui conti pubblici dell’Italia. Se, come ha spiegato, non è giustificato dai numeri, allora sembra più che altro una scelta per mettere pressione all’Italia in un momento in cui il Governo sta scommettendo sul fatto che l’Europa contribuirà a trovare una soluzione alla crisi energetica…

A fare da cappello al rapporto della Commissione c’è la preoccupazione che in un contesto di inflazione crescente, come quello europeo, le politiche fiscali dei Paesi membri possano in qualche modo neutralizzare o mitigare l’impatto delle politiche monetarie che stanno diventando sempre più restrittive. Su questo tema, a mio avviso, andrebbe adottato un approccio molto più articolato, perché è chiaro che la sostenibilità fiscale è un obiettivo irrinunciabile, ma è importante in questo momento sostenere i settori e le famiglie colpite dalla crisi energetica attraverso alcune misure fiscali di breve termine e varie iniziative strategiche di medio e lungo termine. E, soprattutto su queste ultime, l’Europa dovrebbe giocare un ruolo irrinunciabile. Invece, la Commissione sembra in qualche modo gettare la palla nel cortile dei Governi nazionali, quasi astenendosi dal perseguirle.

In che senso?

Abbiamo un’inflazione crescente, che però è in larga parte esogena, importata tramite la crisi geopolitica. Quindi, se non si formulano degli interventi strutturali per arginare sia la crisi geopolitica che le conseguenze economiche della stessa, c’è il rischio di determinare un effetto recessivo che potrebbe rivelarsi particolarmente duro e persistente, più di quanto le previsioni oggi disponibili diano conto. Su questi interventi occorre una migliore divisione dei ruoli che non preveda solo oneri in capo ai Governi nazionali. Al contrario, è necessaria un’articolazione più bilanciata in cui all’Europa spettino dei compiti di natura più strategica e strutturale, dal momento che questa è una crisi inedita che riguarda tutti i Paesi membri.

Per l’Italia sarà importante implementare il Pnrr, ma dal monitoraggio attivato dal Governo sullo stato dell’ arte dei progetti sta emergendo che alcuni potrebbero non essere realizzabili entro il 2026: si parla di almeno 40 miliardi di investimenti a rischio. L’Europa dovrà mostrare una certa flessibilità.

Innanzitutto, occorrerebbe una riflessione sul fatto che i prezzi alla produzione in Italia, come in altri Paesi, sono aumentati in maniera vertiginosa, al punto da rendere di fatto inattuabili molti dei bandi per le gare di appalto. Occorre, poi, mettere a punto una macchina amministrativa che faccia confluire le risorse sui progetti e non solo nelle casse dello Stato, in modo da assicurare che ci sia effettivamente un aumento del tasso potenziale di crescita della nostra economia. Il presidente del Consiglio aveva in tempi non sospetti evidenziato l’esistenza di ritardi nell’attuazione del Pnrr, cosa che gli è stata contestata, anche se ora sta emergendo con grande chiarezza. C’è da ritenere che il Governo stia già lavorando per gestire nel modo più opportuno le criticità rilevate, avendole Fratelli d’Italia sollevate già quand’era all’opposizione. Dato che l’Esecutivo si è appena insediato, a mio avviso la Commissione dovrebbe mostrarsi disponibile al confronto. L’obiettivo ultimo è che il Pnrr venga implementato mettendo a pieno frutto le risorse concesse. Non conviene a nessuno, in questo momento, mettere l’Italia in maggior difficoltà. proprio quando si sta rivelando un partner internazionale strategico e affidabile.

(Lorenzo Torrisi)

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI





© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ultime notizie di Politica

Ultime notizie