UNIVERSITÀ/ La “torre d’avorio” dei prof e l’errore del vicequestore Schiavone

- Giovanni Pascuzzi

Dalle pagine più recenti di Antonio Manzini, autore delle vicende del vicequestore Schiavone, emerge un’interessante provocazione sulla nostra università

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Lezione a distanza del Politecnico di Milano (LaPresse)

I fan di Rocco Schiavone non resteranno delusi dalle ultime avventure del vicequestore nato dalla penna di Antonio Manzini. Vecchie conoscenze (Sellerio, 2021) è un libro bello, pieno di ritmo, ricco di colpi di scena, nel quale trovano spiegazione alcuni accadimenti che hanno popolato la vita passata di Schiavone.

L’investigatore romano trasferito ad Aosta è chiamato a scoprire l’assassino di una luminare accademica. Ecco quindi che Schiavone, dopo essersi addentrato tra le figure che abitano quel mondo, esplode in una specie di invettiva:

“Le dico quello che penso? Usate lo studio in maniera pignola e fine a se stessa solo per una questione di potere. Potere di avere una cattedra, potere di essere al centro dell’attenzione, avete un ego gigantesco che consuma quanto una Ferrari e lo dovete nutrire ogni giorno. Dovreste fare il vostro mestiere. Contribuire, stare in mezzo alla società civile, far sentire la propria voce. Invece siete rintanati nei vostri microlaboratori, nelle aule dell’università, che ragazzi ignorano appena passato l’esame, e avete lasciato il campo alla peggio feccia. Zozzoni, ignoranti, cafoni impreparati che sono diventati i maestri dal saper vivere. Loro troneggiano dalle televisioni e pontificano dai quotidiani, voi vi ammazzate per un libro scritto nel 1000 d.C. E avete la responsabilità di questo imbarbarimento. Ma qual è il problema? Vi fa paura il mondo? Vi basta tiranneggiare negli atenei mentre in giro c’è solo monnezza?”.

Il brano è molto duro: il rintanarsi dei professori nei propri laboratori farebbe sì che modelli di comportamento diventino persone impreparate o, comunque, “improbabili”. Le cose stanno davvero in questo modo?

a) Circa il fatto che i professori si disinteresserebbero alla vita pubblica, conviene ricordare che negli ultimi lustri almeno quattro presidenti del Consiglio (Prodi, Monti, Conte e Draghi) e un presidente della Repubblica (Mattarella) sono professori universitari.

b) Nell’attuale Parlamento siedono molti professori: 22 in Senato e 24 alla Camera.

c) In ogni caso professori universitari chiamati a cariche politiche e di governo ce ne sono stati tanti: Giovanni Leone, Giovanni Spadolini, Giuliano Amato, Antonio Segni, Francesco Cossiga, Elsa Fornero, Renato Brunetta, Sabino Cassese, Paolo Savona e molti altri ancora. Senza dimenticare Aldo Moro.

d) Rocco Schiavone sembra dare per scontato che una società governata dai professori sarebbe per definizione migliore. Ma se si considera che le università hanno il potere di autogovernarsi e che alcune di esse sono o sono state sull’orlo del commissariamento quella convinzione dovrebbe essere rivista.

In realtà Schiavone sembra dire che i professori, in quanto destinatari del dono del talento, da una parte dovrebbero dare degli esempi virtuosi e dall’altro fornire una visione della società e quindi un progetto politico (in senso alto) che ci migliori tutti.

Probabilmente Schiavone ha ragione quando dice che i professori hanno un ego smisurato (il profilo narcisistico emerge spesso negli interventi di quelli, tra loro, che vanno spesso in televisione). Ma egli sbaglia nel generalizzare. Come tutte le categorie, anche tra i prof. ci sono modelli virtuosi e prof. a tempo perso. Qualcuno si chiude nella torre d’avorio anche per paura della realtà (lo studio può diventare una istituzione totalizzante). Altri operano attivamente nella realtà: alcuni per fare attività professionale e consulenziale, altri per agire politicamente spesso in maniera nobile.

Il punto vero è che oggi si tende a giudicare un professore (e le sue possibilità di carriera) solo per la capacità di pubblicare su riviste scientifiche prestigiose. Ma quasi mai a chi scrive su riviste scientifiche si chiede cosa pensi dei problemi della società. Ecco che i ricercatori raramente se ne preoccupano, perché impegnati solo a scrivere articoli su riviste specializzate e di nicchia. Anzi, pensano che sia loro dovere non curarsene per apparire “esperti oggettivi”. E questa pietosa presa in giro è la ragione per cui in pochi si preoccupano di immaginare una visione della società. Sempre che ci sia ancora qualcuno in grado di farlo.

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