USA vs IRAN/ Cosa rischia Trump (negli Usa) con l’operazione Soleimani

- Carl Larky

L’eliminazione del generale iraniano Soleimani rivela un pernicioso intreccio tra l’attuale politica internazionale degli Usa e le prossime elezioni presidenziali

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Il presidente americano Donald Trump (LaPresse)

“Doveva essere fatto fuori molti anni fa!”. In questo tweet di Donald Trump riferito all’eliminazione del generale iraniano Qassem Soleimani vi è forse la vera motivazione di un’azione problematica sotto vari aspetti. L’ordine di uccidere Soleimani a Baghdad, con l’utilizzo di droni e missili, sembra essere partito direttamente da Trump, senza che il Congresso ne fosse informato. Inevitabili le proteste dei Democratici e le perplessità, anche tra i Repubblicani e la maggioranza dei commentatori, per un intervento che si profila quantomeno azzardato. Critiche sono venute da diversi governi europei, per esempio Regno Unito, Germania, Francia, anch’essi tenuti all’oscuro e che vedono così definitivamente compromessi i tentativi di mantenere aperto un dialogo con Teheran, in particolare sull’accordo nucleare. Ovvie le critiche provenienti da Russia e Cina, cui si aggiungono altri Stati extraeuropei, come l’India, preoccupata per le ripercussioni sui milioni di indiani che lavorano in Medio Oriente.

Il governo iracheno ha formalmente protestato per quella che ritiene una inaccettabile violazione della sua sovranità e si può prevedere una ripresa di manifestazioni pro e contro l’Iran, che renderanno ancor più drammatica la situazione del Paese. Tanto più che l’Iraq difficilmente non rimarrà coinvolto nelle rappresaglie iraniane, così come il Libano, altrettanto diviso verso Teheran, dove Hezbollah ha già ripreso le minacce contro Israele. Anche qui diversi commentatori si mostrano preoccupati per le conseguenze delle reazioni iraniane, ma Netanyahu ha ovviamente plaudito alla decisione di Trump. Anch’egli rischia di finire sotto processo, come Trump, e ha chiesto l’immunità parlamentare, che sembra non bene accetta alla maggioranza degli israeliani. Se Hezbollah avviasse azioni contro Israele, la situazione quasi certamente interromperebbe il processo e Netanyahu potrebbe presentarsi alle prossime elezioni di marzo come rappresentante di un Israele “forte”.

E rieccoci al tweet di Trump, nel quale si può leggere l’accusa ai suoi predecessori, in particolare Obama, di essersi comportati debolmente verso la minaccia rappresentata da Teheran e impersonata da Soleimani. Per rintuzzare i nemici degli Usa ci voleva un “uomo forte” come lui e il suo “Make America Great Again”, non uno slogan, ma una dichiarazione di forza.

Sul piano interno, quindi, l’uccisione di Soleimani insieme al comandante della milizia che ha dato l’assalto all’Ambasciata a Baghdad può essere premiante e far sembrare poco preoccupati della sicurezza, e dell’onore, nazionale chi critica l’operazione. In una situazione grave come quella che si è ora creata, l’approvazione dell’impeachment non sarebbe contro il Presidente, ma contro il Paese ed è difficile che al Senato vi siano Repubblicani che voteranno a favore. Eliminata questa questione e come unico candidato Repubblicano, le probabilità di un suo secondo mandato non sono di certo basse, tenendo conto dei problemi in casa Democratica.

In vista delle primarie che inizieranno il prossimo 3 febbraio, cinque sembrano essere i candidati Democratici realmente in corsa: Joe Biden, Bernie Sanders, Elizabeth Warren, Pete Buttigieg, Michael Bloomberg. Biden, già Vicepresidente con Obama, è per il momento in testa ed è al centro di una delle due imputazioni nell’impeachment di Trump, ma non sembra avere abbastanza carisma per fronteggiare The Donald. In più, nella storia delle elezioni presidenziali solo un paio di volte un Vicepresidente è diventato Presidente. Buttigieg, già sindaco di South Bend nell’Indiana, viene considerato troppo giovane e inesperto.

Sanders è dato al secondo posto nei sondaggi, ma, come la Warren, considerato troppo di sinistra e divisivo nel partito, date le posizioni molto nette contro la prevalenza della finanza, sulle diseguaglianze da ridurre aumentando le tasse ai ricchi, sulla necessità di un sistema sanitario nazionale non dipendente dallo strapotere delle grandi compagnie di assicurazioni. La Warren, anch’ella dura con Wall Street, ha in più proposto lo spezzettamento delle grandi corporation per ridurne l’eccessiva influenza sulla politica e la società americana. La tardiva discesa in campo del miliardario Michel Bloomberg è dovuta proprio all’obiettivo di bloccare i due candidati “sinistrorsi”.

Gli elettori Democratici sono posti di fronte a una difficile scelta, non limitata a quale candidato ha maggiore probabilità di battere Trump, ma estesa al tipo di partito, e quindi di politica e di assetto sociale, che si vuole. Per alcuni analisti, la politica economica di Biden non sarebbe in fondo radicalmente diversa da quella di Trump, mentre lo sarebbe decisamente quella di Sanders o della Warren.

Trump ha ora spostato il fuoco del dibattito sulla politica internazionale e in questo ambito il partito Democratico non sembra essere particolarmente esplicito. Un punto di vantaggio per Trump, ma è molto pericoloso far dipendere gli esiti del voto dalle azioni e reazioni di governi stranieri. E qui si tratta non solo di Teheran, ma di Pechino, con la guerra commerciale, e della Corea del Nord, il cui despota ha in questi giorni dichiarato di non sentirsi più obbligato alla sospensione dei suoi esperimenti missilistici e nucleari.

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