VISTO DA SINISTRA/ 1. Il piano dell’establishment (e di Letta) per gestire la sconfitta del Pd

- Mario Barcellona

Il Pd si prepara a perdere, ma è una rinuncia dettata da una scelta e da un calcolo pensati da tempo nelle stanze del potere (1)

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Enrico Letta, segretario del Pd. Sullo sfondo Giuseppe Conte (LaPresse)

Credo che il pensiero, che in questi giorni attraversa la gran parte degli italiani, sia quello – come si dice dalle mie parti – di sentirsi presi dai turchi: un centro-destra, che promette di essere più destra che centro, lanciato verso un’ineluttabile vittoria e un centro-sinistra lacerato dalle liti e dalle divisioni che, nella sostanza, si mostra, a dir poco, rassegnato ad un’ineluttabile sconfitta.

I sondaggi danno la vittoria della coalizione guidata dalla Meloni per certa. Dubbia, semmai, rimane la misura di questa vittoria annunciata: le cose non saranno le stesse se la Meloni supererà soltanto la soglia del 50% o se riuscirà a conseguire più di due terzi della rappresentanza parlamentare. E così dice, spesso a denti stretti, anche la maggior parte degli opinionisti, magari con il malcelato proposito di spingere ad una polarizzazione del voto che rifocilli le magre aspettative del Pd.

Di quel che si può immaginare nel caso, abbastanza verosimile, di vittoria della coalizione a guida Meloni si parlerà nel secondo articolo di questa ampia riflessione. Per capire quel che avviene nel centro-sinistra, infatti, ciò che rileva, soprattutto, è non tanto quel che in effetti potrà accadere, bensì il rapporto tra quel che, in questo campo, si dice possa accadere e quel che, sempre in questo campo, si fa per scongiurare gli scenari più o meno incandescenti che si prospettano agli elettori.

La palpabile incongruenza tra gli scenari così prospettati e i comportamenti politici, invece, esibiti rende incomprensibile quel che è avvenuto, e sta avvenendo, sul fronte del centro-sinistra. Tanto incomprensibile da rendere secondaria l’analisi della incomponibile frantumazione di quel che alberga in questo campo, delle coalizioni che si fanno e si disfano nel giro di un giorno, delle coalizioni che si mettono in piedi avvertendo, contestualmente e con grande enfasi, che non implicano alcuna alleanza ma solo accordi elettorali precari e dei tanti personaggi che in questo panorama cercano solo un posto in Parlamento per sopravvivere a sé stessi.

Le uniche domande che rispetto a questo spettacolo del centro-sinistra, francamente stucchevole, ha senso porsi sono perciò tre: cosa si sarebbe potuto e dovuto fare di fronte a questa destra montante ed agli scenari che il suo avvento si dice lasci presagire? E perché non si è fatto? e chi ne porta la responsabilità?

Questi interrogativi evidentemente connessi, sono, in realtà, uno solo. Ma può essere utile articolarli così.

Quello che si sarebbe dovuto fare lo aveva detto, bene, Bersani, che – piaccia o no – è rimasto l’unica testa politica che circola in questo Paese: una grande alleanza, dove ciascuna delle componenti si mettesse all’ascolto dell’altra e rinunciasse a pezzi della propria “dottrina” per un programma comune; un programma chiaro, con dichiarate, circostanziate e vincolanti priorità e scadenze, costruite attorno ai temi cruciali del lavoro, della salute, del rinnovamento ecologico e della mirata riforma degli apparati pubblici (e, in questo, del da farsi per favorire la pace nel mondo); non una serie di enunciazioni generiche, di quei “buoni propositi” che sempre si ascoltano e che tutti si dichiarano pronti a sottoscrivere, bensì un articolato di provvedimenti coraggiosi, precisi, consistenti, ben definiti e dalle manifeste finalità su ciascuno di questi temi, in grado non solo di mobilitare gli elettori di questo “campo” ma soprattutto di smuovere dalla disillusione e dall’indifferenza la grande massa degli astenuti che anche questa volta veniva, e viene, preannunciata; un piano di interventi dove ciascuno dei cittadini potesse, con chiarezza e facilmente, vedere quel che precisamente gliene verrà e quello cui, in cambio, dovrà rinunciare, spiegando l’insormontabilità, allo stato, delle ragioni del compromesso; dunque, un programma dove ciascuno, con convinzione, potesse ritrovare il suo posto e, al tempo stesso, le ragioni per stare insieme agli altri.

Dunque, una grande alleanza e non un patto elettorale destinato a sciogliersi all’indomani del voto. Perché solo coinvolgendo, insieme, il cuore e le menti dei cittadini si sarebbe potuto puntare alla vittoria su una destra che è meno divisa di quel che si vorrebbe far intendere e che, soprattutto, esibisce da un lato il fascino del cambiamento, e dall’altro quello della conservazione – se non della crescita – dei privilegi.

Perché questo non è avvenuto?  Per la pochezza dei leaders? Per gli egoismi e i tornaconti dei ceti sociali che si immaginano di rappresentare, spesso anche sopravvalutandoli numericamente e qualitativamente? Per la mancanza di una “classe dirigente” e di una “intellettualità” all’altezza di questo tempo e delle sfide che esso propone?

Tutto questo certo c’è. Ma c’è, soprattutto, un disegno dell’establishment di questo Paese che è risalente e che nel disastro, che queste elezioni sembrano preannunciare, celebra la sua miopia ed il suo fallimento.

Questo disegno – come ho cercato di chiarire in un mio volumetto di qualche tempo fa, Le belle bandiere ed il colore perduto del Pd (Castelvecchi, 2019) – passa attraverso un riposizionamento del Pd, che ne postula un’accentuata deriva moderata, la rinuncia alla politica e il ripiegamento sul primato della “competenza” (di quelle cosiddette tecniche e non di quelle politiche che sono imprescindibili), il definitivo distacco dalle “periferie” e il radicale abbandono dei tradizionali collateralismi sindacali e dai partiti minori della cosiddetta sinistra radicale.

Questo disegno, che risale alla stessa costituzione del Pd, sembra raggiungere i suoi propositi con la defenestrazione di Bersani e l’avvento della presidenza di Renzi, che ne interpreta, fedelmente e con guerriero cipiglio, il reale senso elitario e conservatore. Ma inciampa nell’incognita del referendum costituzionale e dell’intuizione dei ceti sociali più esposti che, al di là delle tecniche costituzionali, rischiavano il loro stesso futuro materiale.

Questo disegno, tuttavia, non demorde e in vista delle elezioni del 2018, attraverso l’impropria conservazione di Renzi alla segreteria del Pd, prende forma nell’ipotesi di un grande centro, da Giorgetti al Pd, che, tagliando finalmente le “estreme” dello schieramento politico e tacitando l’ala salviniana della Lega e le correnti “nostalgiche” della “sinistra ragionevole”, porti alla formazione di un governo “moderato” sotto la guida (già allora) di Draghi: se si rinfresca la memoria, si ricorderà che tutto il tempo della presidenza Gentiloni trascorre all’insegna di una campagna dei mass-media che, da un lato, agita lo spauracchio del populismo incontrollabile ed eversivo e, dall’altro, promuove  il moderatismo, anzi un moderatismo smoderato.

Questo disegno, però, era radicalmente autoreferenziale ed altamente miope: radicalmente autoreferenziale, perché l’oggettiva arroganza di chi veniva concependolo gli faceva scambiare per vero quello che era soltanto un suo desiderio e cui solo l’ottusa compiacenza dei suoi sedicenti maitres à penser preconizzava un grande futuro; e altamente miope, perché vedeva solo quel che gli stava intorno, gli umori e i sentimenti delle élites, e ignorava tutto quello che avveniva nel Paese, e in tutto l’Occidente, ossia un rivolgimento sociale e politico (ancor oggi tutto lì, all’opera, come dimostrano le elezioni francesi e quel che avviene negli Usa, ma anche l’ascesa della destra in Italia) che, sotto l’insegna del populismo, rivendicava, e rivendica, ridistribuzioni del potere e delle garanzie.

Di questa autoreferenzialità e di questa miopia è figlio il risultato elettorale del 2018: il M5s al 33% e il Pd al 18%, ridotto a partito delle Ztl.

Ma l’arroganza, specie quando “oggettiva”, e il non vedere quel che non si vuole vedere sono vizi che non si perdono: avviene così che questo disegno, a metà della legislatura, viene, con qualche spregiudicatezza e protervia, rimesso in corsa da Renzi, che ne era stato il primo e più autentico interprete, ed articolato in tre mosse: caduta del Conte 2, Draghi prima a Palazzo Chigi e poi al Quirinale. La cacciata di Zingaretti sembra il compimento di questo disegno: la necessaria premessa per il de profundis alla strategia di un ritorno del Pd alla prospettiva di una sinistra nella stessa misura possibile ed incisiva, attraverso un’alleanza progressiva con il M5s, che – non si può negare – costituiva l’unica e praticabile alternativa a questo disegno che dietro la moderazione e la competenza mirava, e mira – anche questo non si può negare – all’affrancamento del potere delle tecnocrazie dai condizionamenti della società e della solidarietà che essa postula. Quanto meno fino al limite ultimo di una minima stabilità sociale.

Anche questa volta, però, i conti non tornano: non solo Draghi non ottiene la presidenza della Repubblica, ma esce anche azzoppato dallo scontro nello stesso ruolo di presidente del Consiglio: è questo – piaccia o no – un ultimo sussulto del Parlamento rispetto ad un disegno esterno che – giusto o sbagliato che fosse – si proponeva, innegabilmente, di by-passarlo.

Le dimissioni di Draghi e la crisi di governo costituiscono l’inevitabile epilogo di questa storia. Molta parte dell’opinione pubblica ancora si chiede chi porti la responsabilità di queste elezioni anticipate. Ed invero non solo non si capisce che peso vi abbiano avuto, da un lato, Conte e, dall’altro, Salvini e Berlusconi, ma neanche si capisce che partita abbiano realmente giocato Draghi e Letta. Per un verso, infatti, questa vicenda sta tutta dentro un quadro di insistite e feroci umiliazioni di tutto ciò che aveva a che fare con il M5s, fino al provocatorio, e deliberato, dito nell’occhio dell’autorizzazione in un decreto d’urgenza di un inceneritore che non potrà vedere la luce prima di dieci anni: sicché – è onesto e dovuto riconoscerlo quale che sia il giudizio che si nutra su questo partito – non è stato quello del M5s un atto di opportunismo elettorale, ma nient’altro che l’ultima difesa possibile di una dignità minima, politica e personale.

Per un altro verso, chi ha seguito in diretta relazione e repliche di Draghi non ha potuto evitare un commento che suona pressappoco così: ha fatto whatever it takes affinché non gli dessero la fiducia. E questo difficilmente può non far pensare a qualcosa che non abbia solo a che fare con la “stanchezza” e sia anche rivolto al dopo.

Di questo disegno son figli le scelte altrimenti incomprensibili del Pd e quel che viene accadendo in questi giorni. Il Pd – non v’è chi non lo veda – ha deliberatamente rinunciato a contendere la vittoria alla coalizione di centro-destra: non perché fosse impossibile sconfiggerla, ma perché gli avrebbe reso impossibile rifiutare la presidenza del Consiglio e lo avrebbe costretto a governare con un “campo largo” che lo avrebbe allontanato dal disegno dell’establishment che con il dopo-Zingaretti aveva, ed ha, nuovamente sposato.

Questo Letta lo dice apertamente, almeno per chi lo vuole capire. Quel che non dice è, invece, che questo disegno, nonostante gli allarmi che diffonde, non teme i pericoli per la democrazia che ritiene verrebbero da una vittoria del centro-destra, ma ne persegue piuttosto un risultato “debole” che apra le porte ad un nuovo governo Draghi o a qualcosa di simile. Da qui nasce una strategia elettorale – che ormai dovrebbe esser chiara a tutti – la quale prevede come obiettivo massimo la sconfitta del centro-sinistra e una vittoria claudicante del centro-destra, onde si pongano le condizioni di un grande centro che tagli FdI e M5s e abbandoni “verdi” e “rossi” per un nuovo governo tecnico al quale associare un Giorgetti, che abbia soppiantato Salvini, e lo stesso Berlusconi, magari a guida Draghi.

Molti, forse, condivideranno questo disegno. Ma molti altri no. Per la ragione che esso sancisce la fine della politica, esalta il potere tecnocratico e il dominio delle élites e tradisce lo spirito autentico della democrazia. Con questo in più, che tutte queste cose hanno un costo, ulteriore e ben più grave: quello di un quadro, intrinseco a questo disegno e inscritto negli interessi materiali che lo muovono, dove le diseguaglianze alla fine si aggravano drammaticamente, l’ambiente viene subordinato alle convenienze economiche di breve periodo e i conflitti sociali si accendono.

Tuttavia le elezioni debbono ancora avvenire e non è già scritto che non finiscano per riservare sorprese: un terzo scenario dove il centro-destra non vince e si diano i numeri e le ineluttabilità politiche perché si formi un governo di quel “campo largo” (da un Pd contenuto ad un M5s rinfrancato passando per verdi e Si premiati e… rinsaviti) di quel reale centro-sinistra che si sarebbe voluto affossare. Difficile, difficilissimo, pressoché impossibile. Ma anche imbarazzante per chi ha remato, e rema, per il suicidio della sinistra e l’affondamento della solidarietà.

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