X-MEN: DARK PHOENIX/ Le rinunce dell’ultimo film della saga Marvel

- Ilenia Provenzi

Il film che chiude la saga degli X-Men, accentua il dramma, rinunciando all’ironia per insistere sui toni cupi e sofferenti

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Una scena del film

Il film che chiude la celebre saga degli X-Men, Dark Phoenix, diretto da Simon Kinberg, racconta finalmente la storia della Fenice Nera, personaggio ben noto a chi ha letto i fumetti. Ambientata negli anni Novanta, la storia ripropone i personaggi che conosciamo, ma aggiunge un tocco “cosmico” che si lega all’origine del potere della Fenice, ossia Jean Grey.

All’inizio, vediamo la piccola Jean in macchina con i genitori, infastidita dalla musica diffusa dalla radio. Vuole solo farla smettere, ma con la forza del pensiero provoca, senza volerlo, un incidente mortale. Jean sopravvive, ma capisce che i suoi poteri sono incontrollabili e la rendono diversa, pericolosa. L’unico in grado di aiutarla è Charles Xavier (James McAvoy), che le apre le porte della sua scuola per persone dotate di poteri speciali. Passati gli anni, ritroviamo Jean con il volto di Sophie Turner (la Sansa Stark de “Il Trono di Spade“), ora coinvolta nelle missioni della squadra. Durante un viaggio spaziale in soccorso di un gruppo di astronauti, Jean è investita da una forza cosmica non meglio identificata che non la uccide, ma la rende così potente da non riuscire a controllarsi. E così cominciano i guai.

Attraverso una storia lineare, dai passaggi chiari ed essenziali, il film si concentra dunque sul personaggio di Jean, il cui dramma diventa il catalizzatore dei conflitti all’interno del gruppo. Se una delle tematiche principali dei film sui supereroi riguarda la scelta di come usare i propri poteri, in questo caso il problema si sposta sul rapporto con il potere stesso. Jean ne è spaventata, perché la forza che la rende speciale è l’arma con cui, suo malgrado, distrugge chiunque gli stia intorno, a cominciare dalle persone care.

I cattivi, raccolti attorno a un alieno mutaforma interpretato da Jessica Chastain, compaiono tardi e servono soprattutto per costruire la battaglia finale. Perché la minaccia, la forza oscura, è Jean. Dopo avere cercato una via di fuga ed essere stata respinta da Magneto (Michael Fassbender), ora capo dei mutanti dell’isola di Ganosha, la ragazza finisce per abbracciare il suo potere, o meglio, per soccombere a esso, per poi volersene liberare. Ma solo scegliendo si può esercitare la propria libertà, anche se questo significa compiere il sacrificio più grande.

Visualmente potente, con i classici effetti speciali che caratterizzano la saga e la sequenza adrenalinica del finale, Dark Phoenix non riesce però a sviluppare gli snodi narrativi in modo davvero efficace. Le relazioni tra i personaggi mancano di approfondimento. E il climax emotivo che ci si aspetta non arriva mai. Gli X-Men stessi sembrano fiacchi, a parte il sempre efficace Magneto e l’ambiguo Xavier, che qui appare meno idealista e più egocentrico, vittima delle sue stesse scelte, in bilico tra l’attaccamento per i suoi allievi e il richiamo della gloria, che lo porta a scontrarsi soprattutto con Mystica (Jennifer Lawrence).

Il paradosso è che, pur raccontando di un’eroina che racchiude in sé l’energia cosmica, la parte centrale del film manca proprio di energia, procedendo quasi stancamente verso la sequenza finale, dove gli X-Men si esibiscono in quello che sanno fare meglio: scatenarsi in duelli di superpoteri. Per il resto, l’atmosfera dark non viene mai alleggerita dalla commedia (che servirebbe), come dimostra il ruolo quasi inutile riservato a Quicksilver. Invece di dare alla saga una conclusione epica, Dark Phoenix accentua il dramma, rinunciando all’ironia per insistere sui toni cupi e sofferenti, su un conflitto che inizia puntando sulla complessità e finisce nel classico scontro tra buoni e cattivi.

Il canto della fenice degli X-Men ha i suoi momenti, ma in un certo senso sembra riuscito a metà.

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