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IL CASO/ Quel sacrificio dei cinesi a Prato, "pagato" da noi 2 euro l'ora

Pubblicazione:lunedì 2 dicembre 2013

Tragedia a Prato (Infophoto) Tragedia a Prato (Infophoto)

La tragedia di Prato mi riporta alla memoria pagine lette nell'infanzia, immagini di trasposizioni cinematografiche da Dickens, pitture d'interni squallide, cupe, sensazione di freddo, sporco, un'ingiustizia palpabile, una sofferenza che segna i volti dei poveri, degli sfruttati. Sappiamo che la stessa miseria la nascondiamo ai nostri occhi e coscienze, ma dilaga con le sue brutture nei sobborghi di tante metropoli in paesi lontani, dove si sopravvive con meno di un dollaro, dove ci si abitua a scavare nell'immondizia, quando non c'è neppure una moneta, dove le persone sono oggetti e strumenti, e il male viene accettato e subito senza neppure un grido, un sospiro. 

Siamo  storditi, davanti ai racconti di questa umanità umiliata e offesa, e con sollievo e orgoglio ostentiamo la nostra diversità, l'acquista consapevolezza di diritti inalienabili della persona. Poi succede che a Prato va a fuoco un capannone, zeppo di cinesi che lavorano stoffe. Che tagliano e cuciono quelle magliette, quei vestiti che finiscono in parecchi store frequentatissimi dal nostro shopping, o più probabilmente sulle bancarelle improvvisate del nostro struscio cittadino. Costano poco, durano poco ma sono all'ultima moda. Ce l'hanno detto, lo sappiamo che vengono confezionati in modo clandestino, in laboratori dove non c'è rispetto per chi lavora né sicurezza. Ogni tanto spunta qualche servizio maramaldo in tivù, che giustamente ci indigna. 

Per una decina di minuti ci indigna, poi abbiamo già tanti problemi, e del resto non tocca a noi. Ci sarebbe uno Stato, ci sarebbero leggi, e controlli. Che discutiamo a fare di cittadinanza agli immigrati, di porte spalancate a tutti i disperati che si accostano alle nostre sponde, se non sappiamo garantire la dignità di chi accogliamo. Se lo costringiamo a diventare vittima e al tempo stesso complice dei suoi sfruttatori. Dici Prato e dici cinesi. Dici cinesi e dici sartorie improvvisate, che traslocano nel giro di una notte per sfuggire alle forze dell'ordine. Un giro impressionante che rifornisce mezza Italia e più in là, servendosi di ore di lavoro pagate due euro l'una, quando va bene,  senza guardare la carta d'identità: se sono minorenni, meglio, hanno più paura e  puoi pagarli di meno. 

Nel capannone di Prato lavoravano e vivevano a decine, in bugigattoli ricavati da mura di carton gesso, lo spazio di un pagliericcio, una sedia. Come riscaldamento, una stufa. E grate alle finestre, quelle grate che hanno impedito ogni via di fuga, che hanno resistito al disperato aggrapparsi di chi cercava una salvezza. Hanno trovato resti di braccia rose dal fuoco, attaccati a quelle sbarre.  


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COMMENTI
02/12/2013 - Non retorica ma fatti! (Carlo Cerofolini)

Come anche questa tragedia insegna, di “tolleranza” e buonismo (sic) si può anche morire. Ciò detto, una domanda: ma tutti quelli che ora cascano dal pero e s’indignano dov’erano finora? Tutto è potuto avvenire a loro insaputa? Il "bello" poi è che nessuno si dimette e anzi pontifica pure. Ma che ci facciano il piacere, come avrebbe detto il grande Totò. Inoltre basta con le lacrime di coccodrillo e con la retorica un tanto al chilo. La misura è stracolma, quindi non parole ma fatti e non a spese dei cittadini. Abbiamo già dato!