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INSULTI ALLA KYENGE/ Se è la tolleranza a generare discriminazione

Quanto Cecile Kyenge ha subìto, spiega GIANNI MEREGHETTI, non è diverso da quanto subiscono tante persone in questo mondo della tolleranza che può portare alla più spietata discriminazione

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Caro direttore, mi ha molto amareggiato non solo che si possa offendere impunemente un ministro, come ha fatto Calderoli con Cécile Kyenge, ma che sia diffusa una cultura di disprezzo dell'altro, tanto che la responsabile del dicastero per l'Integrazione sia quotidianamente oggetto di minacce di morte. Quanto il ministro ha subìto non è diverso da quanto subiscono tanti esseri umani in questo mondo della tolleranza, anzi è proprio la tolleranza a portare fin qui, fin alla più spietata discriminazione.

Lo aveva previsto in tempi non sospetti Pier Paolo Pasolini che, mentre la cultura dominante esaltava la tolleranza, ebbe il coraggio di andare controcorrente e di scrivere: «[...] Io sono come un negro in una società razzista che ha voluto gratificarsi di uno spirito tollerante. Sono, cioè, un "tollerato". La tolleranza, sappilo, è solo e sempre puramente nominale. Non conosco un solo esempio o caso di tolleranza reale. E questo perché una "tolleranza reale" sarebbe una contraddizione in termini. Il fatto che si "tolleri" qualcuno è lo stesso che lo si "condanni". La tolleranza è anzi una forma di condanna più raffinata. Infatti al "tollerato" - mettiamo al negro che abbiamo preso ad esempio - si dice di far quello che vuole, che egli ha il pieno diritto di seguire la propria natura, che il suo appartenere a una minoranza non significa affatto inferiorità eccetera eccetera. Ma la sua "diversità" - o meglio la sua "colpa di essere diverso" - resta identica sia davanti a chi abbia deciso di tollerarla, sia davanti a chi abbia deciso di condannarla. Nessuna maggioranza potrà mai abolire dalla propria coscienza il sentimento della "diversità" delle minoranze. L’avrà sempre, eternamente, fatalmente presente. Quindi - certo - il negro potrà essere negro, cioè potrà vivere liberamente la propria diversità, anche fuori - certo - dal "ghetto fisico, materiale che, in tempi di repressione, gli era stato assegnato. Tuttavia la figura mentale del ghetto sopravvive invincibile. Il negro sarà libero, potrà vivere nominalmente senza ostacoli la sua diversità eccetera eccetera, ma egli resterà sempre dentro un "ghetto mentale", e guai se uscirà da lì. Egli può uscire da lì solo a patto di adottare l’angolo visuale e la mentalità di chi vive fuori dal ghetto, cioè della maggioranza. Nessun suo sentimento, nessun suo gesto, nessuna sua parola può essere "tinta" dall’esperienza particolare che viene vissuta da chi è rinchiuso idealmente entro i limiti assegnati a una minoranza (il ghetto mentale). Egli deve rinnegare tutto se stesso, e fingere che alle sue spalle l’esperienza sia un’esperienza normale, cioè maggioritaria. […] Dunque, ecco provato quanto ti dicevo: fin che il "diverso" vive la sua "diversità" in silenzio, chiuso nel ghetto mentale che gli viene assegnato, tutto va bene: e tutti si sentono gratificati dalla tolleranza che gli concedono. Ma se appena egli dice una parola sulla propria esperienza di "diverso", oppure, semplicemente, osa pronunciare delle parole "tinte" dal sentimento della sua esperienza di "diverso", si scatena il linciaggio, come nei più tenebrosi tempi clerico-fascisti. Lo scherno più volgare, il lazzo più goliardico, l’incomprensione più feroce lo gettano nella degradazione e nella vergogna». [...] [Io sono come un negro, vogliono linciarmi, di Pier Paolo Pasolini in "Il Mondo", 20 marzo 1975, poi in Id., Paragrafo terzo: ancora sul tuo pedagogo, in Lettere luterane (Gennariello, trattatello pedagogico), Einaudi, Torino 1976].