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LETTURE/ San Benedetto e quel silenzio (scomodo) che abbiamo dimenticato

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Cristo sul trono, Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna (immagine d'archivio)  Cristo sul trono, Sant'Apollinare Nuovo, Ravenna (immagine d'archivio)

Proponiamo un brano dell’intervento tenuto ieri dall'autore a Ravenna, nell’incontro dal titolo “Natura e silenzio nell'esperienza monastica e nella nostra vita oggi”, in occasione del Ravenna Festival.

Per comprendere cosa sia il silenzio e soprattutto per vivere il silenzio occorre un lungo cammino. Voglio chiarire subito un possibile equivoco: il silenzio non è l’assenza assoluta di parole e di suoni, ma un dialogo, uno sguardo che sa vedere con maggiore profondità le cose e la vita di tutti i giorni. 

Nel nostro tempo c’è paura del silenzio. Per ragioni diverse. Taluni hanno timore del nulla, del vuoto che potrebbe rapirci se non siamo accompagnati continuamente da rumori e immagini sempre più assordanti e numerose. Nel tentativo di vivere lontani dal silenzio abbiamo creato una società dominata dall’inquinamento acustico. Anneghiamo in un’overdose di segnali. Teniamo accesa la televisione anche quando siamo a tavola. Pensiamo di essere in contatto con tutto il mondo attraverso internet. Andiamo in discoteca, purché i decibel siano altissimi, e amiamo altre forme di stordimento. Non si sa più godere del silenzio. Forse temiamo che il silenzio porti dentro di sé le domande fondamentali di cui non avvertiamo più la ragionevolezza e la pace. Eppure queste domande sono dentro di noi e ci indicano le strade giuste per vivere. Mi viene in mente Seneca. Dopo tanti anni di carriera nella corte imperiale si ritirò nella sua casa in campagna appunto per cercare il silenzio: “La natura ci ha dato l’istinto della curiosità: dove sono uscite queste stelle? Quale principio razionale ha separato ciò che era confuso? Chi ha assegnato posto alle cose?” (1).

Per entrare nel silenzio non dobbiamo uscire dal mondo, fare come Democrito che, riferisce Cicerone, si era privato degli occhi per non essere distratto dalla meditazione. Non c’è un comandamento che ci possa obbligare a uscire dal rumore. Occorre provare, dare credito a coloro che ci testimoniano che è possibile vivere meglio, che è possibile vedere più in profondità, godere maggiormente dei rapporti, soprattutto godere dell’ascolto dell’altro. Proviamo a trovare, appena alzati o prima di dormire, un tempo di dialogo con noi stessi e con Dio. Se il silenzio esige una certa lontananza dai rumori di tutti i giorni, ci dona di entrare più profondamente nella realtà, ci fa scoprire il volto vero delle cose che spesso è nascosto come dietro un velo.

Per l’antica filosofia greca, dai primi pensatori fino a Plotino, la contemplazione era il vertice della vita. Ogni essere, secondo loro, tende alla contemplazione. In questo modo si stabiliva una gerarchia nella vita, fra contemplazione e azione. La seconda doveva sgorgare dalla prima. Per Platone, ne parla nel suo dialogo Fedro, il fare è tanto più ricco quanto più lo è stato il contemplare. 



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