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SORRENTINO/ La brutta "grande bellezza" che piace ai salotti che contano

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Una scena de "La grande bellezza" di P. Sorrentino (Immagine d'archivio)  Una scena de "La grande bellezza" di P. Sorrentino (Immagine d'archivio)

Io non so se valga la pena di essere fieri del premio cinematografico Golden Globe andato al film La grande bellezza del regista Paolo Sorrentino, che delinea la figura di Jep Gambardella, uno scrittore meridionale il quale dopo il successo di un solo romanzo è diventato da sessantenne giornalista culturale uno dei re della mondanità cafona di Roma, tra attrici decadute, scrittori improbabili di romanzi e copioni, poeti tristi e incapaci, attori ed editori di un mondo di ballerine e nani, feste con cocaina, sesso senza senso né gusto, nottate demenziali. 

La storia non c'è, e non per colpa della scarsa sceneggiatura, come ha scritto qualcuno: si tratta di un film che intende descrivere un mondo in sfacelo, rappresentare una società non solo in crisi, ma già marcita del tutto. Ora, se a guardare il film fossero gli italiani, potrebbero riconoscere nella rappresentazione che viene data la società intellettuale e magari politica dei salotti romani, dell'intellighenzia di sinistra (il partito comunista è un fantasma che si aggira nel film), della borghesia sedicente artista di una città e della sua classe dirigente. Ma il film non è fatto per gli italiani e, visto all'estero, diventa immediatamente il ritratto dell'Italia tutta, e di questo non può andar fiero neppure chi non possiede un senso appassionato della dignità nazionale.

Proprio qui sta il punto: l'intenzione di Sorrentino era di fare un film non per gli italiani, ma per gli altri, soprattutto per gli Stati Uniti. E, dati i risultati, c'è riuscito. La grande bellezza rappresenta l'idea dell'Italia, un po' degenerata, molto ignorante, ma ancora bella, che dimora da sempre nell'immaginario soprattutto degli americani. La parte giudicata migliore di un film che non è certo un capolavoro, cioè la fotografia, strizza proprio l'occhio a questo: le inquadrature romane, in realtà molto prevedibili e a volte veri e propri luoghi comuni, danno l'idea di una bellezza tutta archeologica, proveniente dal passato, in mezzo alla quale brancola la bruttezza antropologica degli italiani di oggi, un popolo, per un Sorrentino tutto teso ad omaggiare ciò che gli americani probabilmente pensano di noi, con una grande storia e un miserevole presente. Naturalmente la Chiesa cattolica, di cui la città è la sede, ci fa una pessima figura: un cardinale immanicato in Vaticano non sa far altro che parlare di cucina e una vecchia mostruosa, "la santa" (caricatura-sberleffo di Madre Teresa di Calcutta?), sostiene la parte del carisma pauperistico del cristianesimo di oggi, lasciando un'impressione di ribrezzo. Peggio di così…



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COMMENTI
16/01/2014 - LA GRANDE BELLEZZA (mario rossi)

Carissimo Gianfranco, purtroppo il film descrive esattamente quello che è Roma e che cosa sono gli intellettuali di sinistra. Memorabile la scena dove Gep sputtana l'intellettuale di sinistra e con lei i vari Lerner e compagnia cantante. Per quanto riguarda la Chiesa per fortuna non è tutta come quel cardinale, ma anche. C'è nel film un anelito di ricerca del senso della vita, quando Gep interroga il cardinale sulla spiritualità, ma l'eminenza non ha tempo per rispondere, o forse, come sostiene Gep, non sa farlo, perchè non sa più chi è per lui Cristo cioè la GRANDE BELLEZZA. Come farà il povero Gep a trovare il senso della sua disperazione se anche per un uomo di chiesa la BELLEZZA non è nel Mistero. Ci sono parecchi spunti in questo film, basta guardarlo senza paraocchi. Con grande stima Mario Rossi CESENA. Ciao Gianfri... AD MAIORA