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LETTURE/ Pasolini, quelle ferite rimaste senza risposta

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Pier Paolo Pasolini (1922-1975)  Pier Paolo Pasolini (1922-1975)

Nostalgia dell'essere, brama di vita, tensione spasmodica al vero, la Bellezza ("la bellezza è Bellezza, e non mente", da Guinea), questi i nodi, il cuore della produzione poetica di Pasolini, insieme alla denuncia lucida del nuovo potere. Dichiara a Fernando Camon nel '65: "il fondo del mio carattere non è il malessere, bensì la gaiezza, la vitalità… (…) Intendo per vitalità 'quell'amore di vita' che coincide con la lietezza. E gaia, vitale, affettuosa è nell'intimo la mia natura: son le continue angosce oggettive che ho dovuto affrontare che hanno esasperato gli aspetti del mio malessere" (Il mestiere di poeta, Lerici, 1965). 

Tutta la sua poesia, dunque, si articola in forme continuamente nuove, originali sperimentazioni poetiche e tematiche; nei primi testi friulani erano i temi ossessivi del paese, del corpo, della giovinezza e della sensualità, uniti ad una visione quasi "mitica" della natura e della storia; luoghi in cui la parola può sgorgare fresca e primigenia, fiorita dalla meraviglia di un mondo nuovo che si apre. Nella seconda tappa, segnata dalle Ceneri di Gramsci, prevalgono temi e valori civili e politici, in una situazione vissuta di rabbia e delusione, mai, però, dominante; in questi testi il poeta esprime la sua discesa "nel magma" dell'esistenza, accettando il caos del presente, nel quale si attende una nuova "Preistoria", un nuovo inizio. E' la fase che Pasolini definisce, con un potentissimo ossimoro, di "disperata vitalità", espressione che dà titolo a una composizione del '64 e che termina, quasi al cospetto della morte, con un drammatico dialogo: "Dio mio, ma allora cos'ha/ lei all'attivo? …"/…, io? Una disperata vitalità"

Deriva da tale atteggiamento la volontà di non sottrarsi all'impegno, la volontà "di restare/ dentro l'inferno con marmorea/ volontà di capirlo". Come scriveva nel '57, negli anni dei primi romanzi ambientati nelle borgate di Roma, scenari di un dolore universale (come ben si vede nella scena finale di Accattone, nel corpo disteso, come Cristo, di Tommasino). "Senti come in quei lontani/ esseri… quella vita non è che un brivido;/ … senti il mancare di ogni religione/ vera; non vita, ma sopravvivenza/… è un brusio la vita..." e così conclude "Ma io, con il cuore cosciente/ di chi soltanto nella storia ha vita/ potrò mai più con pura passione operare, se so che la nostra storia è finita?" (Le ceneri di Gramsci)

Di quegli stessi anni risultano emblematiche, oltre alle opere teatrali tratte dalle tragedie greche e superbamente tradotte, le produzioni cinematografiche, in particolare Il Vangelo secondo Matteo (1963). Opere animate da un sentimento struggente, da una pietas profonda verso l'umano, il cui eco si leggeva nell'intervista del '61, dopo il suo viaggio: "dall'India si torna grondanti, bagnati, sporchi di pietà" (Paese sera, 25 novembre 1961) o nelle pagine di Diario, in cui, seguito di nascosto dalla Morante, va a vedere dove sarebbe stato accudito un bimbo povero di Bombay da lui inviato, un ricovero che sperava "simile a quelli della Madre Teresa" (Il colore dell'India, 1965).



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