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FINANZA/ Fortis: c'è un'arma segreta per proteggere l’Italia dagli speculatori

Ieri la Borsa ha chiuso ancora in rialzo, dopo giorni di sofferenza. Domani, invece, la manovra potrebbe essere approvata dal Parlamento. Abbiamo analizzato la situazione con MARCO FORTIS

Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica) Silvio Berlusconi e Giulio Tremonti (Foto Imagoeconomica)

Per la seconda volta di fila, la Borsa italiana ieri ha chiuso in rialzo nel giorno in cui il ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, ha ribadito che la manovra finanziaria sarà approvata in tempi brevissimi, addirittura entro domani. «Visto che i mercati ci guardano sempre con sospetto ed è facile che la speculazione si incunei nelle pieghe della scarsa conoscenza per rifilarci dei colpi sotto la cintura, io credo - ci dice l’economista Marco Fortis, vicepresidente della Fondazione Edison - che l’approvazione rapida della manovra e, se possibile, un suo miglioramento nel tempo con una più incisiva serie di tagli ai costi della politica e alla spesa pubblica, piuttosto che aumenti di entrate, possa essere il modo migliore di rispondere ai mercati e tranquillizzare gli stessi italiani che devono essere consapevoli che non sono seduti su una polveriera, ma sono cittadini di un Paese che riesce ancora a fare quadrato».

Non è quindi necessario anticipare il pareggio di bilancio già all’anno prossimo come ha suggerito qualche economista in questi giorni?

Mettendo insieme la manovra varata nel 2010 con quella in fase di approvazione del Parlamento, l’Italia avrà un avanzo primario, da qui al 2014, di circa 80 miliardi di euro. Trovo che sia un suicidio fare una manovra, soprattutto se anticipata, per averne 120-150 solo per dare un segnale ai mercati. Il messaggio più chiaro che possiamo dare è spiegare che noi, con la manovra, azzereremo il deficit pubblico entro il 2014 e saremo l’unico grande Paese europeo a farlo. La Francia avrà infatti un deficit al 3%, e dovrà varare una manovra più dura della nostra, così come l’Inghilterra dovrà farla di 100 miliardi di sterline per uguagliare il dato di Parigi. Il nostro è un impegno necessario visto il nostro alto debito pubblico.

A cosa è dovuto questo “fardello”?

È un’eredità degli anni ’70-‘80 che negli anni ’90 si è cominciato a diminuire, ma che la crisi del 2008 ha fatto risalire con la caduta del Pil e con un peggioramento del rapporto deficit/Pil causato da minori entrate e maggiori spese, soprattutto per sostegni all’economia e al lavoro, come la cassa integrazione. Con la crisi siamo entrati in un nuovo mondo che cresce meno e dove l’attenzione sui conti pubblici e privati è più alta. Dal 1995 al 2010, l’Italia ha messo insieme un avanzo primario di 500 miliardi di euro (contro i 230 della Germania). Una cifra che dice molto della nostra serietà, della nostra capacità di fare sacrifici. Ne serviranno ancora, e dovranno farli le classi più abbienti, visto che le altre (lavoratori dipendenti, precari, ecc.) hanno già pagato gli effetti della crisi.

La manovra che sta per essere approvata dal Parlamento è quindi giusta?


COMMENTI
14/07/2011 - Neppure l' A, B, C conoscono... (Giuseppe Crippa)

Trovo molto interessante l'esposizione del prof. Fortis, che evidenzia quanto di buono stia comunque facendo lo Stato – anche grazie, diciamolo pure, all'insieme dei ministri e non soltanto al ministro dell'economia – per porre rimedio ad errori (sprechi, spese improduttive, pensioni facili, finanziamenti a pioggia ecc.) pervicacemente ripetuti nei decenni scorsi. Forse è meglio non enfatizzare il dato, ma avere un avanzo primario non è in questo momento da tutti gli Stati. Articoli così non mi fanno comunque per nulla ricredere sulla validità della nostra classe politica che se solo avesse padronanza di concetti come questi se ne sarebbe ampiamente valsa per tutelare la sua immagine ed i suoi privilegi, anzi il fatto che questo non accada è un'ulteriore riprova del fatto che i nostri parlamentari non conoscano neppure gli elementi di base del bilancio dello Stato.

 
14/07/2011 - PREVISIONI DEL TEMPO(2) (celestino ferraro)

Oggi non c’è trasmissione radiotelevisiva che non si concluda con le previsioni del tempo, e abbiamo imparato a muoverci prudenti specialmente quando d’inverno neve, pioggia, vento sono fenomeni da cui proteggersi preventivamente. Andava bene così, senza dubbio. Adesso c’è un altro Bernanke (un’onomatopea casuale), presidente della Fed Usa, non fa il meteorologo, lui è un economista (un cultore della scienza triste), le sue previsioni sono quasi sempre fallaci: là dove mette il naso lui, là il catafascio “economico” ci debilita più di uno tsunami giapponese. Dovrebbe, Ben Bernanke, prevedere che tempo farà domani per il dollaro Usa, e da quello diagnosticare la sopravvivenza del mondo economico: nemmeno Giove Olimpico sarebbe stato capace di far peggio. Ci fa sapere che il suo istituto è pronto a varare nuove misure di stimolo se l’indebolimento dell’economia Usa dovesse perdurare: dura infatti dal “New Deal” di Franklin Delano Roosevelt (dalle “chiacchierate al caminetto” – firesid chat – ). Però il modo con cui ti dice certe cose è autorevole, i pezzenti di tutto il mondo si sentono rinfrancati e gratificati da queste previsioni di miseria incombente. Ma le cose vanno così ed è inutile dire che avremmo preferito mille volte il Colonnello Edmondo Bernacca a questo Ben Bernanke che, oltretutto, è anche cacofonico nel pronunziarlo. Celestino Ferraro

 
14/07/2011 - PREVISIONI DEL TEMPO (1) (celestino ferraro)

PREVISIONI DEL TEMPO Edmondo Bernacca, il “Colonnello Bernacca”, quello che per primo dagli schermi televisivi RAI ci avvezzò alle previsioni meteorologiche (non ne azzeccava una), divenne ben presto un mito degli anni sessanta. Lo ascoltavamo come un oracolo cumano (IBIS ET REDIBIS) e dal suo responso sul tempo che avrebbe fatto l’indomani, regolavamo le nostre azioni future sul busillis atmosferico. Naturalmente avremmo desiderato sempre tempo sereno, giornate splendide, mare calmo, temperatura gradevole e, d’estate, affidavamo alle sue previsioni il weekend che anche qui da noi iniziava la sua travolgente conquista sociale. La notorietà del colonnello raggiunse l’iperbole del modo di dire e, definire “Bernacca” chi si avventurava a fare previsioni futuristiche, era un modo scherzoso per zittire che si azzardava a farle per non spernacchiarlo: “Chi ti credi di essere, il Colonnello Bernacca”? Insomma, la nostra società moderna è cresciuta all’ombra delle previsioni del tempo atmosferico (da lui ha imparato la differenza fra nembi e cumuli), e a quelle demoscopiche che ci erudiscono sul comportamento delle masse nelle difficili scelte politiche. Se il suo insegnamento ci sia stato utile non saprei dirlo: ecco, appunto, non sono un Bernacca, ma che ci abbia aperto i confini delle previsioni meteorologiche è fuor di dubbio.