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AMBIENTE/ Come ricreare un humus per lo sviluppo sostenibile?

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Sono trascorsi quasi quarant’anni dalla pubblicazione del famoso libro “I limiti dello sviluppo” del Club di Roma, cioè, da quando il mondo della scienza ha provato, per la prima volta nella storia contemporanea, ad occuparsi del Pianeta nella sua globalità e nella sua complessità funzionale, attraverso misure, valutazioni, ipotesi di strategie, allarmi più o meno fondati.

 

In questo arco temporale si sono susseguite molte iniziative politiche, diplomatiche, legislative, scientifiche, tutte protese, molto probabilmente, all’identificazione di errori commessi, di disastri annunciati, di responsabilità da segnalare con decisione, di suggerimenti essenziali.

 

La Commissione Bruntland nel 1987 ha definito l’idea di sviluppo sostenibile, affermando, con intenti fortemente persuasivi, la necessità di cambiamenti di stile di vita, peraltro già annunciati nel volume del Club di Roma, di modificazioni razionali nell’uso delle risorse in previsione di un futuro generazionale possibile.

 

Secondo diversi accenti e con calibrature di pensiero talora ondeggianti, è emerso in modo clamoroso e, probabilmente, inatteso, il bisogno di riconsiderare in maniera sempre più accurata l’elemento ambiente, inteso come aria che respiriamo, come acqua con cui ci dissetiamo insieme agli animali e con cui irrighiamo i campi, come suolo da cui ricaviamo il cibo per la nostra alimentazione quotidiana.

 

Le Convenzioni Onu sull’ambiente (Cambiamenti climatici, Biodiversità, Siccità e desertificazione) costituiscono l’impalcatura basilare sulla quale costruire in termini diplomatici, politici, scientifici ed economici una complessità di azioni e di interventi che producano processi di conoscenza della realtà ambientale e generino una nuova forma di alleanza con l’ambiente.

 

Dal susseguirsi di eventi estremi, al degrado delle terre per erosione o per progressiva perdita di sostanza organica, tutto sembra annunciare la storica e patetica indifferenza di chi detiene il potere di fronte a una dinamica involutiva degli elementi naturali, causata anche da fattori d’ordine antropico.

 

Le risorse finanziarie ed economiche, la gestione dell’informazione, la prerogativa legislativa o addirittura la forza bruta degli eserciti o dei mezzi di distruzione di massa non appaiono che fanciulleschi giocattoli nelle mani irrazionali di chi ha pensato di usare la forza e il potere, sotto qualunque determinazione o forma, per ”governare”, nell’accezione peggiore del termine, il mondo.

 

Il mondo, oggi, è finalmente considerato la totalità del Pianeta e non più ciò che lo sguardo può abbracciare in un giro di orizzonte: più percepiamo questa dimensione complessiva, con maggiore evidenza appare, a chi non sia accecato dalla brama di dominare, la necessità, l’opportunità, quasi l’obbligatorietà di incontrare la realtà della Terra nella sua consistenza creaturale, cioè nella verità della sua struttura, nella complessità delle sue funzioni, nello splendore dei suoi ecosistemi.

 

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