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AMBIENTE/ Più acido e più caldo: il Mediterraneo è a rischio

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Ventilazione della CO2 sottomarina nell’Isola di Vulcano, il cosiddetto "effetto Jacuzzi" (foto di Ernesto Azzurro)  Ventilazione della CO2 sottomarina nell’Isola di Vulcano, il cosiddetto "effetto Jacuzzi" (foto di Ernesto Azzurro)

Molte persone sono informate sulle problematiche dei cambiamenti climatici e sugli effetti dell’aumento antropogenico dei gas serra, dei quali l’anidride carbonica (CO2) è il principale componente. Il rilascio di circa 440 miliardi di tonnellate di carbonio in atmosfera proveniente dall’uso di combustibili fossili e dalla deforestazione ha fatto aumentare la concentrazione atmosferica di questo gas dai valori preindustriali di circa 285 ppm (parti per milione) agli attuali 390. E questo è avvenuto nonostante le componenti naturali del ciclo del carbonio terrestre, quali l’oceano, la vegetazione e il suolo, abbiano ridotto questo accumulo assorbendone più del 50%.

Quello che spesso non viene considerato è invece l’altro problema della CO2 e cioè che il servizio di rimozione di carbonio antropogenico operato naturalmente dall’oceano (circa il 25-30%) abbia delle conseguenze negative. All’aumentare della pressione parziale della CO2 atmosferica aumenta lo scambio con l’oceano e molta più CO2 (circa 8 milioni di tonnellate di carbonio al giorno) si scioglie in acqua formando acido carbonico che si dissocia rapidamente nei principali ioni bicarbonato e carbonato liberando ioni H+. Questo processo porta a un calo del pH e quindi a un aumento dell’acidità degli oceani (“acidificazione dell’oceano”).

Gli studi a livello dell’oceano globale hanno rilevato una diminuzione di pH pari a circa il 30% dall’inizio dell’era industriale e le proiezioni basate su scenari futuri di emissione stimano un ulteriore aumento sino al 120% per la fine di questo secolo. L’aumento di acidità porta a una maggiore suscettibilità delle strutture carbonatiche di molti organismi marini, tra i quali gli scheletri dei coralli e i gusci di diversi organismi planctonici e di altri che vivono fissati al fondo marino, che sono fatti di carbonato in forma di calcite e di aragonite. Per questi organismi diventa più difficile costruire e mantenere le proprie strutture vitali, con conseguenze che si possono propagare anche sull’intero ecosistema e della catena trofica di cui sono parte.

L’oceano non è un ambiente acido e in particolare il Mediterraneo è uno degli ambienti marini con i valori di alcalinità maggiore. Eppure è importante considerare la variazione percentuale in atto e, nel caso del Mediterraneo, ciò sta avvenendo in un ecosistema per sua natura adattato a condizioni decisamente alcaline.



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