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SCIENZAinATTO/ La Scienza oltre il Riduzionismo (1)

Un’analisi delle forme di riduzionismo - strutturale, causale, epistemologico - nella scienza, e dei suoi limiti, in una prospettiva di studio della complessità che vada oltre.

L’autore analizza le varie forme di riduzionismo nella scienza, quello strutturale, quello causale, quello concettuale-epistemologico. Nonostante i successi di questo metodo nello sviluppo della scienza è apparsa anche la sua insufficienza. Secondo l’autore «non si tratta, oggi, di rifiutare in blocco il metodo riduzionista in vista del futuro delle scienze. Si tratta, piuttosto, di controllarne i limiti di validità. Tutto funziona bene con il riduzionismo, fino a che non si va alla ricerca di quelle “proprietà d’insieme” che sono caratteristiche del “tutto”». È proprio di fronte alla complessità che il metodo riduzionista va in crisi.
In questa prima parte dell’articolo ci si occupa del riduzionismo strutturale e della necessità di andare oltre per studiare le proprietà «olistiche» di una struttura complessa.

Tra le parole che compaiono nel titolo La scienza oltre il Riduzionismo, subito dopo «scienza», risalta in modo particolare quell’«oltre», accanto a «riduzionismo». Se possiamo pensare di sapere, più o meno, che cosa significano in italiano scienza e oltre, sentiamo, però, il bisogno di precisare che cosa si deve intendere per riduzionismo. E anche in che senso va inteso questo oltre in riferimento al riduzionismo.

Che cos’è il riduzionismo?

Per ottenere una risposta alla domanda che cos’è il riduzionismo? conviene farsi aiutare da una voce autorevole, qual è, per esempio, quella del fisico e sacerdote anglicano John Polkinghorne, la cui autorità è ben riconosciuta: «Un riduzionista ritiene che un sistema complesso non sia nient’altro che la somma delle sue parti, per cui si può dar ragione del sistema “riducendone” la considerazione a quella dei singoli costituenti»1.
[A sinistra: John Polkinghorne (1930 - )]
Per contro, l’antiriduzionismo viene definito, dal medesimo autore, caratterizzando la posizione di chi si dichiara antiriduzionista: «Un antiriduzionista, al contrario, ritiene che il tutto sia maggiore della somma delle parti, per cui vi sono proprietà “olistiche” che non possono essere descritte in termini dei puri elementi costituenti»2. Naturalmente, per dare un valore non approssimativo e solo intuitivo a espressioni come «tutto», «parti», «uguale alla somma delle parti», «maggiore della somma delle parti», occorrerà definirle in ciascun ambito disciplinare, per rendersi conto di che cosa effettivamente significhino.
Per ora, una comprensione anche solo intuitiva è sufficiente per avere un’idea di ciò di cui stiamo parlando. Subito dopo queste prime definizioni intuitive dei termini, viene naturale domandarsi in che senso vada inteso questo «oltre» il riduzionismo che sembra caratterizzare gli ambiti più avanzati delle scienze dei nostri giorni. Che cosa si annida in questo essere maggiore della somma delle parti che caratterizza un tutto irriducibile alla/non spiegabile come3 somma delle parti, che viene comunemente detto tutto complesso? In che cosa consistono queste proprietà olistiche (ovvero d’insieme o globali)4 che non possono essere descritte e dedotte in termini dei puri elementi costituenti, o parti del tutto?
Lo studio che riguarda queste «nuove»5 problematiche va oggi, genericamente, sotto il nome di «scienza della complessità».

La complessità

La parola complessità vuole indicare che non si può/riesce a semplificare la struttura di un tutto (un qualcosa, un ente), spezzettandolo (riducendolo … da cui il termine riduzionismo) in parti componenti più facili da esaminare, in quanto spezzandolo si finirebbe per distruggerlo, perdendo le proprietà che lo caratterizzano nella sua unitarietà, ottenendo così qualcosa d’altro, a partire da cui non si è più in grado di ricostruire il tutto come un semplice assemblato.

Legittimità e limiti del riduzionismo

È importante notare come il metodo riduzionista abbia dato buoni risultati finora nelle scienze e continui a funzionare bene. Per cui non si tratta, oggi, di rifiutare in blocco il metodo riduzionista in vista del futuro delle scienze. Si tratta, piuttosto, di controllarne i limiti di validità. Tutto funziona bene con il riduzionismo, fino a che non si va alla ricerca di quelle proprietà d’insieme che sono caratteristiche del tutto in quanto è inseparabile/inseparato nei suoi mattoni costitutivi (parti). Figurativamente possiamo immaginare il metodo scientifico riduzionista come uno studioso di geometria che ha studiato una sfera (rappresentativa, per intenderci, del mondo fisico) approssimandola al piano tangente in un suo punto. Fino a che egli non si allontana troppo dal punto di contatto tra la sfera e il piano, ottiene risultati attendibili con buona approssimazione. Ma allontanandosi di più, per conoscere di più, a un certo momento i risultati della teoria non corrispondono più all’esperienza. Allora occorre procedere con un grado di approssimazione migliore e, a un certo punto, occorre considerare addirittura la sfera nella sua totalità.
Ormai, da tempo, si è riscontrato che la complessità si presenta come una problematica «trasversale», in quanto coinvolge un po’ tutte le scienze. Oggi essa affiora nelle scienze matematiche, informatiche, fisiche, biologiche, cognitive, economiche, eccetera, in quanto sembra collocarsi al livello dei «fondamenti comuni» a tutte le scienze piuttosto che a una sola scienza.

Alla ricerca dei fondamenti comuni delle scienze: un problema nuovo e antico

Nelle scienze odierne, la messa in questione del riduzionismo e la questione della complessità sembrano collocarsi al livello dei fondamenti comuni a tutte le scienze piuttosto che a una sola di esse.


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