Uso e abuso dei dati sul Covid-19: il caso Lombardia

- Giorgio Vittadini, Carlo Zocchetti, Paolo Berta

Può essere molto utile, a quasi due anni dallo scoppio della pandemia, fare il punto sull’andamento della mortalità in quattro grandi regioni italiane

Terapie intensive covid
Roma, terapia intensiva Covid ospedale San Filippo Neri (LaPresse, 2021)

A quasi due anni dallo scoppio della pandemia, facciamo il punto sull’andamento della mortalità in quattro grandi regioni italiane: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, e Toscana, geograficamente non lontane tra di loro, significativamente colpite dal virus, con una diversa organizzazione del servizio sanitario che non è cambiato nel corso della pandemia.

Innanzitutto due premesse. La prima è che occorre partire da dati a cui riconosciamo validità, altrimenti le informazioni che ne ricaveremo parteciperanno solo a creare confusione e incertezza. Per questo motivo nel seguito considereremo i dati di mortalità di Istat e i dati sui positivi al Covid della Protezione Civile nel periodo febbraio 2020-giugno 2021.

La seconda, già utilizzata in precedenti articoli apparsi sul Sussidiario, è che per catturare realmente l’effetto complessivo della pandemia, prendiamo in considerazione il seguente set di riferimento: l’andamento dei tassi di mortalità totale 2011-2019, specifici per età, proiettati linearmente al 2020 e 2021.

Cominciamo con l’esaminare l’andamento della pandemia in termini di tasso mensile (per ridurre la variabilità giornaliera del fenomeno) di positività al Covid. Si può innanzitutto osservare che le cosiddette seconda e terza ondata hanno avuto una frequenza 4-5 volte più elevata che non la prima ondata e che, dal punto di vista delle singole regioni, col passare del tempo, la frequenza di positività le ha interessate in maniera differente (in mesi diversi cambia la regione più, o meno, colpita). È necessario specificare che questo dato è influenzato dalla capacità di tracciamento e dalla disponibilità dei tamponi che è sicuramente cresciuta nel tempo. Quindi è assai probabile che i positivi di marzo siano fortemente sottostimati, ma essendo questo un problema uniformemente diffuso, non inficia il confronto tra regioni.

Analogo ragionamento può essere applicato ai tassi di mortalità: in questo caso è stata però la prima ondata ad avere provocato i danni maggiori, mentre per quanto riguarda le singole regioni anche per la mortalità, col passare del tempo, la frequenza di decessi le ha interessate in maniera differente.

Fin qui siamo ad aspetti di epidemiologia descrittiva che anche altri contributi hanno già evidenziato. 

Bisogna però fare un ulteriore passo. Infatti, i diversi andamenti che hanno caratterizzato il tasso di positività e quello di mortalità nelle regioni esaminate sollevano una domanda: se l’organizzazione sanitaria non è cambiata, perché i tassi di mortalità più elevati (o più bassi) col passare del tempo non sono sempre a carico della stessa regione?

Nella figura successiva abbiamo stimato i morti totali in eccesso attribuibili alla pandemia, suddivisi per anno (2020 e primi sei mesi del 2021) e per classe di età, e per confrontare le regioni (che hanno diversa numerosità di popolazione), abbiamo calcolato i tassi per 10.000. La figura mostra innanzitutto le età che sono state maggiormente colpite nella mortalità dalla pandemia (over 75 anni) sia nel 2020 che nel 2021, e che gli eccessi sono stati molto maggiori nel 2020 rispetto al 2021. Ma la figura fornisce un ulteriore indizio: mentre nel 2020 la Lombardia è la regione che (in tutte le età) ha subito il maggiore impatto in termini di mortalità sul totale della popolazione, nel 2021 è la regione che ha subito l’impatto minore.

L’analisi potrebbe continuare, ma ci sembra che quanto fin qui emerso abbia fornito sufficienti indizi per concludere che la nostra ipotesi di partenza (indirizzata a individuare nell’organizzazione del sistema sanitario lombardo la causa dell’elevata mortalità che avrebbe caratterizzato la regione rispetto ad altre regioni) si deve considerare non supportata. Risulta quindi molto più immediato attribuire l’eccesso di mortalità osservato nella prima ondata in Regione Lombardia al fatto di essere stata la prima regione a essere colpita dall’ondata epidemica. In questo anno e mezzo, infatti, abbiamo imparato che è sufficiente un ritardo anche di pochi giorni nell’adozione di misure drastiche di chiusura (lockdown) per vedere esplodere i principali indicatori relativi allo stress del sistema sanitario (occupazione dei posti letto ordinari e in terapia intensiva) e, in modo correlato, la mortalità.

— — — —

Abbiamo bisogno del tuo contributo per continuare a fornirti una informazione di qualità e indipendente.

SOSTIENICI. DONA ORA CLICCANDO QUI

© RIPRODUZIONE RISERVATA