6 UNDERGROUND/ Il film Netflix prigioniero del meccanismo Bayhem

- Emanuele Rauco

Il film di Michael Bay prodotto da Netflix risponde a tutti i canoni del cinema amato dal regista. Che però è fermo sostanzialmente a vent’anni fa

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Una scena del film

Pare che 6 Underground sia il secondo più costoso prodotto nella storia di Netflix, dopo The Irishman. E a vederlo Michael Bay pare ci abbia tenuto a far vedere ogni singolo centesimo speso in esplosioni, inseguimenti, stuntman e viaggi in giro per il mondo; al contempo, il suo cinema, il suo stile sembra fermo all’epoca del duo con il produttore Jerry Bruckheimer, ovvero vent’anni fa circa.

Il film racconta di un miliardario che, mentre tutti lo credono morto, organizza una squadra per eliminare i dittatori e le peggiori presenze politiche dalla faccia della Terra senza dover passare dai canali ufficiali. Partendo dal tiranno dell’immaginario Turghistan.

Plot giustamente elementare, perfetto per una potenziale serie (i riferimenti a 007 o Mission: Impossibile stanno lì a dimostrarlo), quello scritto da Rhett Reese e Paul Wernick, per un film in cui la narrazione è veramente l’ultima delle preoccupazioni del suo regista (accadono cose sufficienti per 4 o 5 film senza che nessuno faccia caso al caos), concentrato a creare uno spettacolo filmico che in molti hanno definito avanguardista.

Di sicuro Bay non è un progressista in termini politici: il suo cinema fortemente militarizzato – se non esplicitamente militarista – qui ripropone una visione contemporanea dell’interventismo Usa in politica estera, una costante che da Bush e Clinton è arrivata a Obama e Trump e che il film mescola con l’eccezionalismo tipico dell’ideologia americana, sempre dentro le regole ma fuori dagli schemi, irresponsabile eppure perfettamente “di sistema”.

Nessun pericolo, in ogni caso: il cinema di Bay da questo punto di vista è talmente statico e monolitico da non poter essere (più) preso sul serio. Infatti, lo sguardo preferisce concentrarsi sul gusto del movimento, sul senso dell’azione filmica, sul modo incredibilmente inventivo di giostrare lo spettacolo, di crearlo con le riprese (magnifico il lavoro di Bojan Bazelli come direttore della fotografia e degli operatori di macchina), con il montaggio. Su questo, il film è indiscutibile: basti vedere l’inizio toscano o la sequenza della nave magnete. Peccato che intorno a questi momenti di pura estasi spettacolare non ci sia nulla, come in un vuoto pneumatico, e che quegli stessi momenti siano di continuo interrotti da ralenti, pause, umorismo poco riuscito.

Intendiamoci, la messinscena è talmente coerente con se stessa e con l’universo visivo di Bay (il cosiddetto Bayhem) che è difficile trovare qualcosa di oggettivo a cui attaccarsi: i colori, le luci, le musiche, l’eros è tutto com’è sempre stato il suo cinema para-pubblicitario, la sua visione del cinema e del mondo sono lì, riconoscibilmente triviali e ottuse e fiere di esserlo, granitiche nel restare ancorate al proprio passato da diventare mera questione di gusto. Piaccia o no. Se si conosce il meccanismo, ci si diverte: basta restare d’accordo che un cinema che non ha mosso un passo (se non quello più tecnico e tecnologico) da Bad Boys 2 o anche prima, può piacere anche moltissimo ma è invecchiato ancora prima di nascere, è avanguardistico come lo sarebbe oggi un videogioco tipo Tetris.



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