A SUN/ Distacchi e riunificazioni nel film premiato con gli “Oscar” cinesi

- Emanuele Rauco

Il film del taiwanese Chung Mong-Hong ha trionfato ai Golden Horse Awards, i principali premi del cinema in lingua cinese

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Una scena del film

Tra i pregi nell’utilizzo delle piattaforme streaming c’è anche la possibilità di aprirsi una finestra sulla distribuzione mondiale che la comune distribuzione cinematografica non apre, perlomeno non in modo costante e ampio, e con un maggior risparmio economico di quella home-video. Magari, dopo l’Oscar a Parasite e successivo successo di ritorno nelle sale italiane l’andamento potrebbe un po’ cambiare, ma bisogna dire grazie a Netflix per aver portato sul suo portale A Sun, film del taiwanese Chung Mong-Hong, recente trionfatore ai Golden Horse Awards, i principali premi del cinema in lingua cinese.

Il film racconta di cosa succede a una famiglia quando il figlio minore finisce in riformatorio lasciando sul maggiore tutto il peso delle aspettative familiari in termini di rispettabilità e lustro sociale. Ma le azioni e le conseguenze prese dai veri membri della famiglia avranno un costo più pesante del previsto.

Chung, insieme a Chang Yaosheng, scrive un dramma familiare dentro la cornice del genere noir, o meglio neo-noir dal punto di vista estetico, ampliando lo sguardo dal côté criminale a quello di una ricognizione sociale, sulla scia – meno ambiziosa per stile e drammaturgia – di Il lago delle oche selvatiche o dei film recenti di Jia Zhangke, appoggiandosi sulle dinamiche del romanzo familiare.

Puntellato di frasi motivazionali con cui la società blandisce i propri membri – “Cogli l’attimo, scegli la tua strada” è il mantra del padre -, A Sun racconta delle mutazioni emotive e affettive di una famiglia, dei suoi continui movimenti di distacco e riunificazione, dei tentativi dei personaggi di allontanarsi dal passato ma al tempo stesso di riavvicinarsi alle persone: Chung racconta l’ostinazione e la disillusione di un nucleo di persone intersecando perfettamente il passo piano, che va in profondità in emozioni e personaggi, con le svolte narrative e visive del cinema di genere, con in più l’arma di un’ironia sotterranea che stride col pathos (come la sequenza del matrimonio in carcere) ma che si fa portavoce del discorso critico di Chung.

Lo stile scelto dal regista segue i movimenti del racconto e dei suoi protagonisti accompagnandoli nei loro percorsi, frammentandosi nel montaggio e ricomponendosi nelle scene di dialogo più commoventi, in cui i fantasmi e i sogni, i rimorsi e le possibilità diventano ellissi oppure descrizioni più accurate e presenti, la frantumazione di un mondo e le sue sperate ricuciture sono questione di immagine e struttura filmica per Chung, tramutando le armi proprie della miglior letteratura in strumenti visivi, come nel passaggio dalla camminata in sogno del padre con il figlio maggiore per arrivare al negozio in cui lavora il minore.

A Sun (il titolo si riferisce alla giustizia ed equanimità del sole, che torna nel finale struggente) lavora sui sentimenti e sulla difficoltà di esprimerli in modo calmo e preciso, appassionandosi alle figure del suo racconto e facendo appassionare lo spettatore a una storia tanto corposa quanto composta, in cui la riuscita è proporzionale all’umiltà del suo autore. Solo così forse si può arrivare a sentimenti sinceri: il doppio finale contrapposto, luminoso e doloroso a un tempo, è lì a dimostrarlo.

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