ALITALIA/ Le bizzarrie di ITA e Ue che danneggiano (ancora) i contribuenti

- Juanfran Valerón

Il passaggio da Alitalia a ITA, per come si sta delineando, rischia di avere delle conseguenze negative quasi paradossali

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Lapresse

“Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante tu ne possa sognare nella tua filosofia”. Di certo William Shakespeare non poteva avere in mente le vicissitudini di Alitalia mentre metteva in bocca queste parole al suo Amleto, tuttavia sembrano calzare a pennello per la (ormai ex) compagnia di bandiera italiana. Sì, perché se con i due tentativi degli ultimi 15 anni (capitani coraggiosi ed emiratini) la via della gestione privata del vettore è risultata fallimentare, con la ITA (che forse acquisterà il marchio Alitalia) pubblica si rischia di far peggio. Eppure nei suoi 74 anni di storia Alitalia è stata per la stragrande maggioranza del tempo in mano allo Stato. Dunque si presume che esso sappia che il problema della compagnia aerea non è rappresentato dal costo del lavoro (pur non essendo mancati problemi di moltiplicazione dei posti dirigenziali). Per ITA, però, risulta essenziale tagliare i livelli salariali rispetto ai Ccnl. Vedremo se i suoi vertici mostreranno lo stesso pugno di ferro nelle trattative con i fornitori e i gestori aeroportuali per ottenere analoghe riduzioni dei costi.

Lo Stato gestore sembra anche dimenticare che una compagnia aerea che inizia la sua attività nel quarto trimestre dell’anno non ha davanti a sé un periodo di rapidi introiti. E che i vettori tradizionali realizzano principalmente i loro ricavi sulle tratte a lungo raggio servite con adeguati e capienti velivoli, che paiono essere solamente sette in tutta la flotta di ITA.

Ma ammettendo pure che lo Stato gestore sia in piena sindrome amnesica, questa non sarebbe l’unica sua infermità. Pare infatti non curarsi del fatto che acquisendo degli aerei di Alitalia sarebbe sicuramente meglio avere del personale già formato e pronto per lavorare su di essi. Invece non ci sarà alcuna corsia preferenziale per i dipendenti di Alitalia. E molti di loro finiranno per gravare sui contribuenti via Cigs o sui viaggiatori tramite apposita tassa sui biglietti (come avvenuto dopo il 2008). Per risparmiare, quindi, lo Stato è disposto anche a sobbarcarsi maggiori costi futuri.

Che dire poi delle recentissime norme – ben analizzate da Ugo Arrigo su queste pagine – che rischiano di penalizzare l’Alitalia in Amministrazione straordinaria, privandola di potenziali ricavi con cui rimborsare i suoi creditori (tra cui lo Stato stesso vista la decisione dell’Ue sui soldi ricevuti in prestito)?

Fine delle vicende bizzarre di Alitalia/ITA che nemmeno si potrebbero sognare? Nient’affatto, perché i sindacati sono sul piede di guerra e per una mediazione tra le organizzazioni dei lavoratori e l’azienda pubblica (in mano al Mef) si è fatto avanti il ministro del Lavoro. In pratica a mediare tra sindacati e Stato ci sarà… lo Stato.

Se non ci fosse lo Stato banchiere (attuale azionista di riferimento di Mps) verrebbe da pensare di essere di fronte a un unicum di gestione destinata al fallimento. Tuttavia in questo caso non c’è alcun grosso vettore italiano pronto a scegliere le parti migliori di Alitalia da acquistare (come sembra poter fare Unicredit con la banca toscana). Al massimo si può sperare che tra qualche tempo ITA finisca per far parte di un grande gruppo europeo (formula sempre più in voga negli ultimi anni). In questo senso l’ipotesi paventata su queste pagine da Cristiano Spazzali (ITA “alleata” di Lufthansa) potrebbe essere plausibile, anche se c’è da chiedersi se basterà un “monopolio” della compagnia italiana su Linate a garantirle la sopravvivenza.

Purtroppo se lo Stato italiano non sembra essere lungimirante non si può neanche sperare che possa esserlo l’Unione europea, attore non marginale nella vicenda Alitalia/ITA. La vicepresidente della Commissione Vestager, responsabile per la concorrenza, sostiene infatti che la compagnia aerea italiana sarà “snella” e ciò rappresenta “un fatto cruciale per la redditività a lungo termine”. ITA, però, rischia di essere più che snella: dovrà usare parte delle sue risorse iniziali per acquisire gli asset (anche il marchio, il cui bando prevede un prezzo base di 290 milioni di euro?) da Alitalia, non potrà operare subito sul lungo raggio e dovrà affrontare almeno due trimestri parchi di introiti. Se poi non vincerà l’asta per il marchio Alitalia c’è da credere che perderà parte dei suoi potenziali viaggiatori che continueranno ad acquistare i biglietti su alitalia.com anziché su itaspa.com.

Per restare nella nota tragedia shakesperiana citata all’inizio, c’è da chiedersi chi sarà il Fortebraccio della situazione che erediterà il regno di Danimarca alla morte del principe Amleto.

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