ARTE E FEDE/ Sacri Monti, il cammino della redenzione diventa storia e popolo

- Danilo Zardin

I Sacri Monti divennero un cantiere d’arte e di devozione per l’intero popolo locale: la redenzione era un cammino di fede patrimonio di tutti (4)

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Uno scorcio del Sacro Monte di Ghiffa: la Cappella di S. Giovanni Battista (Foto R. Pagani da Wikipedia)

Il retroterra da cui hanno preso vita i Sacri Monti rimanda al panorama molto più esteso e frastagliato di civiltà religiosa, diffuso in ogni angolo della cristianità, che abbiamo abbozzato nei suoi contorni essenziali. E difatti anche a Varallo il progetto iniziale della riproduzione dei luoghi eminenti della città santa di Palestina si allargò, fin dai decenni di esordio del Cinquecento, a favore di un più eclettico desiderio di riattualizzazione intensificata dell’intera sequenza narrativa della vita di Cristo, sfruttando il potere di suggestione della statuaria tridimensionale, a grandezza naturale, esposta in una corona di cappelle collegate da un andirivieni di percorsi.

Dal ricalco gerosolimitano si passò alla riproposta minuziosa, a scopo di incitamento didascalico, di illustrazione e di approfondimento meditativo, della parabola completa del seguito di eventi in cui era culminata la storia della salvezza. La si voleva ripresentare come chiave irrinunciabile per consentire a tutti, alti ecclesiastici, religiosi animati da ferventi ideali e semplici laici, di accedere a un rapporto più diretto con la fonte suprema di sprigionamento del beneficio della redenzione, offerta come dono all’umanità di cui si era parte.

Gli studi di Gentile e Symcox da cui siamo partiti ci richiamano, però, anche all’evidenza elementare secondo cui dalle grandi pulsioni della storia generale del mondo cristiano non si sarebbe potuto passare ai vertici delle realizzazioni pratiche in cui si è tradotto il realismo visionario dei Sacri Monti senza sottoporsi alle strettoie di una mediazione obbligata: quella che creava una simbiosi tra i progetti ambiziosi degli ideatori e dei promotori iniziali di queste grandiose imprese sacre d’altri tempi e la disponibilità ad assecondarli di una comunità sociale nel suo insieme, a partire dai suoi vertici istituzionali e dalle sue nervature organizzative più consolidate.

Solo una coralità di uomini coinvolti in un’iniziativa unitaria poteva garantire il finanziamento economico e la gestione amministrativa, oculatamente dispiegati nel tempo, di pianificazioni costruttive di dimensioni a volte ciclopiche, se paragonate alla precarietà dei mezzi a disposizione in partenza. I benefattori privati, raffinati mecenati aristocratici, principi e autorità ecclesiastiche potevano dare impulsi determinanti. Sulla “fabbrica” avviata imprimevano il loro segno vistoso, come avvenne in modo sempre più massiccio per i vescovi delle diocesi in cui i Sacri Monti sorgevano: il vescovo di Novara per Varallo e Orta, Federico Borromeo, da Milano, per Varese e Arona, e così via.

Ma né l’autopromozione delle élite, né il crescente inglobamento ecclesiastico poterono recidere la forza della corresponsabilità che si estendeva all’intera comunità civica: il Sacro Monte era l’emblema del suo prestigio identitario, un centro di coagulo su cui si scaricavano tensioni, inimicizie e conflitti, chiamati a comporsi lungo i binari di una superiore convergenza, a presidio di una polifonica costruzione solidale. L’universitas dei “vicini” residenti nominava i deputati che la rappresentavano nei comitati di gestione dei cantieri, così come i notabili più in vista giustificavano il loro rango di eccellenza ponendosi alla testa della mobilitazione per innalzare il teatro pietrificato di un bene pubblico che era la proiezione visibile del capitale umano forgiato in una “patria” locale. Interi consorzi municipali di concittadini potevano assumersi l’onere di provvedere, congiuntamente, all’innalzamento e alla decorazione artistica di una porzione delle costruzioni da erigere.

Anche le loro corporazioni di mestiere e i gruppi di emigrati che si trasferivano altrove, in contrade anche lontane, per esigenze di lavoro o di ascesa nella carriera sociale si candidavano per vedersi affidare il compito di contribuire a quello che era un vero e proprio work in progress collettivo. Proprio perché convogliava in unità gli apporti di tanti sforzi disparati, il complesso monumentale in corso di edificazione consacrava il sentimento religioso della comunità globalmente considerata, offrendo a diversi dei soggetti che entravano a costituirla la possibilità di annettersi uno spicchio particolare della configurazione a cui il Sacro Monte andava progressivamente adattandosi.

Grazie a questi canali che tenevano strettamente interconnesse imprese edilizie di livello spettacolare e strutture portanti del corpo complessivo degli abitanti del luogo, anche un artista figlio delle terre da cui il Sacro Monte prendeva vita poteva introdursi in un tirocinio, di vita e di lavoro, di qualità eminente. Qui dava prova delle sue competenze in via di maturazione, si inseriva in un orizzonte più aperto di esperienze e poteva, nei casi migliori, aprirsi una strada che lo sollevava a traguardi di vera eccellenza.

La prospettiva del radicamento in un contesto organico, permeato da un immaginario e da una cultura religiosa condivisi a ogni livello sociale è un punto di vista davvero illuminante. Sullo sfondo si profila la ramificazione di un fascio di saldi legami tra linguaggi della fede, abilità artistiche ed estro creativo di una società ancorata ai suoi ideali di riferimento e ai suoi bisogni di comunicazione diretta con il mondo del sacro. Pescando in questo fertile retroterra, si modellò nel corso del tempo la costellazione devozionale del “sistema” dei Sacri Monti prealpini, sostenuti dalle tenaci radici che davano sfogo alla capacità di elaborazione di artigiani del fare e di inventori di bellezza innestati in un mondo che poi era tutt’altro che miseramente periferico e solo subalterno: quello delle montagne piemontesi, di Alagna e degli altri villaggi dei walser, delle valli del Ticino, delle riviere assolate dei laghi.

Dentro questo arcipelago di comunità dinamiche e aperte alla mobilità transnazionale, un “genio del luogo” come Gaudenzio Ferrari, nativo della povera Valduggia, nella bassa Valsesia, riuscì a scovare la sua vena felice per reinventare un’arte viva, piegata al servizio di un intero cosmo sociale. Un’arte non solo per celebrare, ma attraverso cui immergere i dogmi più eccelsi della dottrina nei lineamenti di volti e figure offerti a tutti per rispecchiarsi in qualcosa che diventava parte integrante del proprio mondo e della propria storia.

(4 – fine) 

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