ARTEMIS FOWL/ L’occasione persa nel film di Kenneth Branagh

- Emanuele Rauco

Il film di Kenneth Branagh, distribuito su Disney+, sembra rappresentare un’occasione persa da parte del noto attore e regista shakespeariano

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Una scena del film

Qualcuno pensa che dopo una carriera teatrale e cinematografica dedicata a Shakespeare, Kenneth Branagh abbia preso una strana svolta commerciale sotto l’egida prima di Marvel e poi, conseguentemente, di Disney. Eppure, da Thor del 2011 a quest’ultimo Artemis Fowl (distribuito sulla piattaforma Disney+), non è davvero cambiato molto: alla base del suo cinema ci sono opere letterarie o fumettistiche che il regista rilegge, ammoderna, decora di nuovo (come il suo film più bello, Hamlet, del ’96) restando fedele allo spirito di quelle opere, esaltandole nelle intenzioni con il suo istrionismo.

Artemis Fowl è uno dei rari casi in cui Branagh non compare anche come attore e potrebbe essere un indice di disinteresse dell’autore: il ragazzino del titolo è figlio di un genio del crimine scomparso nel nulla. La ricerca del padre porterà Artemis a contatto con qualcosa che il padre gli aveva sempre raccontato e a cui non aveva davvero creduto: la magia e l’esistenza di un mondo di elfi, troll e altre creature.

Il romanzo di Eoin Colfer, primo di una serie di nove libri da cui Conor McPherson e Hamish McColl hanno tratto la sceneggiatura, era già potenzialmente opera nelle corde del regista: la tradizione folk irlandese riletta alla luce dell’iper-tecnologia contemporanea e della crime story. Quindi azione, effetti speciali e magia per rendere adatta a un pubblico giovane qualcosa dal sapore antico.

Qualcosa, a dire il vero ben più di qualcosa, però non ha funzionato: posto che ogni storia ha una sua radice shakespeariana, specie se parla di padri, figli, eredità, regni e gerarchie, e che su quella Branagh prova a concentrarsi, Artemis Fowl sembra essere frutto di continui rimaneggiamenti, ripensamenti, cambi di direzione nella ricerca di una via narrativa e visiva che potesse garantire l’evolversi di una saga.

Forse è proprio qui la debolezza maggiore del film: se la serialità televisiva recente cerca di riprodurre i meccanismi narrativi e visivi del cinema, vantandosi (spesso a torto) di produrre lunghi film a puntate, il cinema ad alto costo insegue la serialità nelle scelte di racconto e nell’atmosfera, nella creazione di una mitologia prima che di una storia. La conseguenza è che il valore del singolo film finisce per perdersi e se spendi 125 milioni di dollari è un problema (che Disney ha risolto non facendolo nemmeno uscire in sala).

Branagh sembra perdersi nella sceneggiatura, non sa cosa dovrebbe raccontare, in che modi e con quali tempi, lascia che il ritmo si sfaldi e la narrazione si spenga, non riuscendo a imporre nemmeno una vena visiva rispettabile al film, tanto da arrivare alla mossa di giocarsi O babbino caro di Puccini durante una sequenza in slow motion. È una confusionaria occasione persa Artemis Fowl, non abbastanza demente da competere al titolo di scult, nemmeno con le orecchie da elfo su Judi Dench, solo trasandata, disinteressata, innocua come una marachella.



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