BCE E POLITICA/ Lagarde, un biennio “alla Draghi” che fa comodo a Germania (e Italia)

- int. Alberto Orioli

La “forward guidance” prevede almeno un altro biennio di politiche monetarie espansive. Per l’Italia non cambierà nulla, ma non possiamo stare fermi

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Mario Draghi, presidente uscente della Bce (LaPresse)

Passaggio ufficiale del testimone tra Mario Draghi e Christine Lagarde, che assumerà la carica di governatore della Banca centrale europea da venerdì 1° novembre. Ieri la sede della Bce a Francoforte, con una cerimonia di commiato e una grande festa, ha visto diversi leader europei rendere omaggio al presidente uscente dopo gli 8 anni passati alla guida dell’Eurotower. Tutti hanno riconosciuto la bontà e l’efficacia del suo operato: Draghi ha saputo garantire “un contributo cruciale alla stabilità dell’euro” (Merkel), “ci ha impedito di affogare” (Macron), “ha svolto uno straordinario impegno a favore dell’Europa” (Mattarella), “le tue analisi hanno ispirato i mercati” (Lagarde). Da parte sua il presidente uscente della Bce ha ricordato che “è davanti agli occhi di tutti che ora è il momento di più Europa, non meno”. Ma che eredità lascia Mario Draghi? Quanto profondamente ha cambiato il mestiere di banchiere centrale in Europa? Che cosa succederà ora alle politiche monetarie? E soprattutto: che cosa cambierà per l’Italia con la sua uscita di scena e l’arrivo della Lagarde? Ne abbiamo parlato con Alberto Orioli, vicedirettore del Sole 24 Ore e autore, assieme a Donato Masciandaro, del libro, pubblicato a inizio ottobre, “Draghi, falchi e colombe” (Edizioni Il Sole 24 Ore).

Che segno lasceranno gli 8 anni di Mario Draghi alla guida della Banca centrale europea?

Un segno irripetibile, perché ha gestito la politica monetaria in tempi drammatici, con una doppia recessione nel 2008 e nel 2011, con l’approdo ai tassi negativi, un qualcosa che non si studiava nemmeno nei manuali di economia. Lascerà un’impronta soprattutto sulla politica monetaria, materia che può essere gestita con grande autorevolezza, ma anche con grande fantasia.

In termini più tecnici?

Draghi lascia i tassi negativi e un’inondazione di liquidità che perdurerà. E in termini di forward guidance, cioè di indirizzo sulle decisioni che verranno assunte nei prossimi mesi, credo che abbia blindato almeno per un biennio l’attività della Lagarde.

Perché?

Di fatto Draghi ha già impostato quella che sarà la traiettoria per i tassi d’interesse in vista della prosecuzione del Qe. Ma lascia anche un obiettivo non raggiunto di inflazione.

Il grande target mancato del 2%?

Oggi, con l’inflazione core attorno alla metà, l’eredità di Draghi contempla anche il fatto che questo obiettivo di scaldare l’inflazione per far ripartire meglio l’economia non è stato raggiunto. Tanto che nel mondo dei banchieri centrali si comincia già a dibattere se non sia il caso di modificare i target delle politiche monetarie, cambiando magari anche bersaglio. Tenere solo quello dell’inflazione, di questi tempi, non consente di legare al meglio la trasmissione della politica monetaria all’economia reale.

Può essere considerato un insuccesso di Draghi?

Chiamarlo insuccesso mi sembra difficile, perché comunque non dipende solo dalla Bce. Anche se questo obiettivo del 2% a Francoforte lo stanno vivendo come l’effetto Fata Morgana: un bagliore lontano, che poi sembra avvicinarsi e invece si allontana di nuovo.

Draghi ha senza dubbio innovato linguaggio e strumentazione della Bce, basti pensare al già citato Quantitative easing, ai tassi negativi, alle Tltro o alla mai utilizzata Omt. Si potrà mai tornare indietro archiviando una stagione così anomala e creativa, anche rispetto alle precedenti gestioni di Duisenberg e di Trichet?

Difficile prevederlo. Draghi conferma che la politica monetaria è un’attività misteriosa, è molto legata ai caratteri e alle modalità espressive delle persone, alle priorità che riguardano non solo l’economia e l’econometria, ma anche la sensibilità rispetto alle vicende sociali. Il central banking non a caso viene definito un’arte. E’ una scienza che continuamente evolve, si contamina con altre discipline, dalla psicologia dei consumi alla neurobiologia, dalla filosofia del linguaggio alla comunicazione. Molto dipenderà da come la Lagarde interpreterà il ruolo.

E’ possibile tentare una previsione?

Christine Lagarde è sostanzialmente un politico. E questa differenza di approccio, soprattutto nella comunicazione, è balzata all’occhio subito, quando si è presentata all’Europarlamento, dicendo: io voglio cambiare lo stile comunicativo della Bce, non parlerò ai mercati, ma alla gente. Ma se decide di parlare allo stesso interlocutore a cui si rivolgono i politici, entra di fatto in un’altra arena, più specifica della politica, e così rischia molto in fatto di indipendenza e accountability. Invece l’indipendenza, che oggi è parecchio sotto stress come mostrano le scaramucce di Trump con la Fed, è un valore assolutamente intoccabile.

Soprattutto dopo il famoso “whatever it takes”, il board della Bce, nelle cronache e nell’immaginario collettivo, viene dipinto come irrimediabilmente diviso tra falchi e colombe. E’ una distinzione così netta?

Nell’ultimissima fase i dissensi sono riemersi con forza, anche con forme anomale, specie quando è stato annunciato il Quantitative easing 2. Falchi e colombe è lo schema classico con cui si spiegano le azioni della politica monetaria, da sempre, perché le decisioni dei banchieri centrali hanno un’alta incidenza sul corso dell’economia e sulle scelte di imprese e famiglie. Oggi il board della Bce è senz’altro diviso, ed è un’altra delle eredità che lascia Draghi.

Su questo punto la Lagarde ha parlato di voler puntare su una maggiore collegialità nelle decisioni, sulla ricerca di “una linea comune”. Come vanno interpretate le sue parole?

Anche Trichet aveva una modalità di gestione del Consiglio più collegiale, mentre Draghi era solito far fare un giro rapido di opinioni per poi farsi carico della decisione finale. E’ lo stile della Banca d’Italia di Ciampi, il quale ha sempre sollecitato il confronto, e anche lo scontro dialettico forte, sulla base di motivazioni stringenti, razionali e logiche, salvo poi decidere lui la posizione finale. Quando la Lagarde usa quelle parole mostra il suo approccio più politico: la sua prima preoccupazione è riuscire nel miracolo di smussare gli angoli, così da poter dire, fin dalla sua prima uscita pubblica, di aver fatto qualcosa su cui ha ottenuto il consenso di tutti. Già questo la distinguerebbe molto da Draghi e l’aiuterebbe nell’immagine del suo mandato.

Dopo le stagioni del bazooka e del Qe, quali saranno i prossimi obiettivi di politica monetaria della Bce, visto che dovrà affrontare una nuova recessione in arrivo, la Brexit e le guerre dei dazi? Saranno più aggressivi, come chiedono i Paesi del Nord Europa, o più accomodanti?

Sarà una politica monetaria accomodante, perché alla Germania, che si sta affacciando alla recessione, fa comodo, non potrebbe permettersi una restrizione dei flussi della liquidità verso un’economia reale che è in profonda revisione, perché ha assoluto bisogno di essere rivitalizzata. Altrimenti il rischio è che si alimenti troppo un disagio sociale che può riversarsi, elettoralmente, sull’estrema destra nazionalista.

Una politica accomodante sì, ma con quali strumenti?

Si fa un po’ fatica a immaginare nuovi strumenti. Alla Bce dicono che le frecce nella faretra sono ancora molte, ma non si sa bene quali siano.

Schauble ha dichiarato in un’intervista al Corriere della Sera che “Draghi ha salvato l’euro”. La Germania e la Bundesbank sono state le più agguerrite avversarie delle politiche di Draghi. La frase di un falco come Schauble cosa può significare?

Le parole di Schauble, che pure ha ammesso di avere avuto dissensi su alcune misure, vanno interpretate per quello che sono: conferme tardive di una linea efficiente rispetto all’euro. Sono giudizi ex post che, fossero stati pronunciati prima, probabilmente avrebbero aiutato a modificare il corso degli eventi più rapidamente, come nel caso della crisi greca, gestita con un eccesso di durezza e di austerity di cui molti poi si sono dovuti pentire.

Draghi ha recentemente detto che la fiducia nella moneta unica è cresciuta. E’ davvero così? Non si corrono più rischi in tal senso?

E’ un’affermazione che Draghi ha fatto nel corso di una conferenza stampa “leggera”, dove si è tolto un po’ di sassolini. Si è liberato di un peso rispetto all’ondata neosovranista con cui doveva fare i conti tutti i giorni. E oggi è conclamata l’idea che l’euro sia una scelta “irrevocabile”, come ama dire lo stesso Draghi.

Draghi ha spesso invocato l’adozione di politiche fiscali accanto a quelle monetarie espansive. Il suo invito verrà finalmente ascoltato dai governi europei?

Proprio nella stessa conferenza stampa di cui parlavamo prima Draghi è stato ancora più netto. Non ha più detto che gli Stati dell’Eurozona devono mettere mano a politiche fiscali convergenti ed espansive, ha invece rilanciato che la grande lacuna dell’Europa è che manca un’idea di Europa fiscale. Così Draghi sta facilitando un ulteriore salto di qualità, perché evidentemente è un po’ più confidente che, per quanto a sportellate e per quanto con continui stop and go, il progetto di implementazione del disegno europeo sta comunque andando avanti. Di certo, possiamo dire che il tentativo di farlo andare indietro è stato respinto.

Ora però la Ue si trova in una fase di stallo…

E’ vero, l’unione bancaria è a metà, ma qualcosa si sta scongelando sulla valutazione della garanzia unica sui depositi. Anche l’Europa della von der Leyen va avanti sull’idea di una maggiore inclusione: si parla, per esempio, di forme di assicurazione europea sulla disoccupazione, una variabile che andrà finanziata con risorse europee, ed è un altro pertugio su cui si può costruire qualcosa di più rispetto al poco che già c’è. Piccoli segnali, certo, ma ora diventano pronunciabili anche parole come Eurobond, anche se non si sta parlando esattamente di questo, perché la stessa von der Leyen ha più in mente un fondo di investimento europeo per le infrastrutture. Qualcosa però si sta muovendo, molto lentamente, ma è indubbiamente un merito che va ascritto proprio ai richiami di Draghi.

Con la sua uscita di scena e con l’arrivo a Francoforte della Lagarde che cosa cambierà per l’Italia?

Niente. L’idea che Draghi agiva per salvare l’Italia è un’idea che sconta due elementi di provincialismo: uno è tutto italiano, perché noi con queste nomine pensiamo sempre di aver messo uno dei nostri, mentre Draghi fin dall’inizio non si è mai comportato come difensore degli interessi dell’Italia, anche se ha saputo portare una sensibilità che ha favorito la difesa dell’euro e dei Paesi mediterranei dell’Eurozona.

E il secondo provincialismo?

E’ tutto tedesco, riguarda il modo con cui lo giudicavano: l’hanno sempre visto come un nemico, salvo poi pentirsene come ha fatto Schauble. C’è una banalizzazione di comportamenti, una sorta di caricatura doppia, legata alle rispettive opinioni pubbliche. Tornando però all’Italia, siccome la Lagarde ha almeno un biennio di forward guidance più o meno obbligata, cioè avremo un’altra stagione monetaria espansiva, per noi non cambierà niente, resteremo all’interno di questa continuità in cui l’economia potrà ancora far conto su una robusta iniezione di liquidità da parte della Bce.

In questi due anni l’Italia non dovrà far nulla?

Deve far sì che questo flusso di denaro arrivi davvero all’economia reale. Nella prima fase delle Tltro non è arrivato, perché le banche hanno pensato prima a sistemare i loro attivi, solo in un secondo momento hanno sollecitato i finanziamenti alle imprese, ma il cavallo non beveva, perché le condizioni dell’economia erano particolarmente negative. Come Paese dobbiamo migliorare sulla creazione di collegamenti migliori per il finanziamento delle idee buone, che non possono essere solo le start up pulviscolari. Ci vuole qualcosa di più consistente per dare una spinta vera al Pil e allo sviluppo.

E la politica non deve mettere mano a qualche riforma strutturale?

I mantra che arrivano dall’Eurotower ci chiedono due interventi. Da un lato, sistemare le lungaggini della giustizia, rendere più certa l’esigibilità di un credito per un investitore estero, semplificare le regole per venire a investire in Italia. Dall’altro, snellire la burocrazia: occorre ridurre gli snodi, a tutti i livelli della pubblica amministrazione, che diventano altrettanti presìdi per tanti Ghini di Tacco e potenziali luoghi in cui si annidano corruzione e concussione. Quanto al resto, abbiamo fatto già molto, soprattutto per riformare il mercato del lavoro.

(Marco Biscella)

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