BORSA & FED/ Prezzi e lavoro, le carte di Powell che tranquillizzano i mercati

- Paolo Annoni

Dopo il discorso di Powell a Jackson Hole le condizioni finanziarie che hanno determinato fino a oggi i rialzi dei mercati rimangono in piedi

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Jerome Powell, governatore della Fed (LaPresse)

Dopo il discorso di Powell a Jackson Hole, probabilmente l’evento finanziario più atteso dell’estate 2021, i mercati azionari hanno virato in positivo, il dollaro si è indebolito e l’oro si è rafforzato con i mercati e gli investitori che registravano il discorso “accomodante” del Presidente della Federal Reserve. Qualsiasi indicazione su un’eventuale stretta monetaria o su un “tapering” degli acquisti è rimandata a settembre e nel frattempo le condizioni finanziarie che hanno determinato fino a oggi i rialzi dei mercati rimangono in piedi. Powell ha spiegato le ragioni di questo “rinvio” secondo due linee principali. 

La prima riguarda la distanza che rimane al raggiungimento del massimo impiego con il mercato del lavoro che è ancora distante dai livelli pre-Covid e un tasso di disoccupazione che, seppur sceso, è ancora considerato troppo alto; anche il tasso di occupazione ha ancora molti margini di miglioramento. Powell può dire, a buon ragione, che non è ancora il momento di invertire la rotta se si vuole assicurare un completo recupero dell’occupazione.

Il secondo punto è l’andamento dell’inflazione che negli ultimi mesi ha fatto segnare incrementi che non si vedevano da almeno un decennio. Powell ritiene che l’incremento dell’inflazione sia principalmente dovuto a un numero esiguo di elementi come i beni durevoli e i prezzi dell’energia e che la pressione esercitata da questi fattori possa scemare. Altri prodotti, sempre secondo Powell, che negli ultimi dodici mesi hanno registrato impennate nei prezzi, per esempio le auto usate, si stanno stabilizzando. La pressione derivante dai salari rimane sotto controllo. L’analisi continua toccando le aspettative di inflazione del mercato, sotto controllo, e soprattutto la presenza di “forze deflattive” tra cui si citano “fattori demografici”. Gli sviluppi demografici a cui si sta assistendo costituiscono un’enorme spinta deflattiva.

Su questo secondo punto serve fare un appunto. La base di paragone su cui si misura l’incremento dei prezzi diventa più “facile” e ha un effetto ottico che bisogna saper riconoscere. Se il prezzo di una macchina usata passa nei primi dodici mesi da 100 a 130 e nei secondi dodici da 130 a 132 avremo avuto nel primo anno un’inflazione annuale del 30% e nel secondo anno una dell’1,5% circa. Dire che l’inflazione è crollata è vero, ma ovviamente non è “tutta la storia”. Più che deflazione avremo un fenomeno di “disinflazione” nel senso che i prezzi cresceranno molto meno di quanto abbiano fatto negli ultimi dodici mesi, ma questo è tutto quello che si può dire. Potremmo persino ipotizzare, rimanendo all’esempio di prima, un crollo dei prezzi delle auto usate del 20% dopo i primi dodici mesi che ci lascerebbe comunque il 5% circa sopra ai livelli iniziali. La Federal Reserve può quindi legittimamente aspettarsi una minore pressione, anche mediatica, sul tema.

La Fed quindi rimane accomodante e potrebbe cambiare idea, a questo punto, solo se il mercato del lavoro tornasse al punto di partenza nel breve termine e solo se le attese sul rallentamento dell’inflazione venissero smentite. È uno scenario che nel breve-medio periodo potrebbe tranquillamente non porsi. Pretendere che gli investitori e i mercati si preoccupino oggi del medio-lungo termine in uno scenario così volatile dal punto di vista sanitario, economico, politico e geopolitico è troppo. Per ora basta osservare con attenzione quello che avverrà nelle prossime settimane sul mercato del lavoro e sui prezzi.

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