Calder-Kentridge/ Ritorno al futuro al Teatro dell’Opera di Roma

- Giuseppe Pennisi

Il Teatro dell’Opera di Roma ha dato il via al programma del trimestre settembre-novembre

foto Yasuko Kageyama opera roma
Foto Yasuko Kageyama

Mentre il 2 settembre la Scala ha aperto la stagione autunnale con un Rigoletto tradizionale e piuttosto datato, anche se ha permesso di scoprire ed apprezzare nuove e belle voci, il 10 settembre il Teatro dell’Opera di Roma ha dato il via al programma del trimestre settembre-novembre con una serata di gala dedicata a due opere sperimentali. È stata un’occasione speciale. I biglietti non sono stati venduti al botteghino; sono stati dati a coloro che avevano donato almeno 200 euro ad una fondazione. Le altre cinque recite del dittico sono disponibili a prezzi regolari; meritano di essere affollate soprattutto da giovani. Inoltre, durante l’intervallo, prosecco è stato offerto al pubblico. Il teatro era pieno, con l’eccezione della seconda galleria (o loggione) che, in pratica, non era operativo dato che si trattava di un evento molto speciale.

Il dittico si intitolava Calder/Kentridge, nomi due noti artisti di arti visive, non di due musicisti o di loro lavori. Esso comprendeva due opere ad atto. La prima è una evento teatrale creata nel 1968 che non si può ben definire senza tener conto che a quell’epoca Roma era una delle capitali mondiali della cultura dove risiedevano artisti di vari Paesi europei e degli Stati Uniti e dove si respirava un vero e proprio fervore d’innovazione. E’ stata concepita dallo scultore Alexander Calder, su musica elettronica registrata di Niccolò Castiglioni, Aldo Clementi e Bruno Maderna (a quel tempo, tre autori di spicco della musica sperimentale europea): il titolo è Work in Progress. E’ stata ripresa una sola volta, nel 1983, sempre a Roma dato che il Teatro dell’Opera ne detiene il copyright.

La seconda è la prima mondiale di un’opera molto particolare Waiting for the Sibyl creata dall’artista visivo sudafricano William Kentridge su musica composta ed elaborata da due musicisti sudafricani, Nhlanhala Mahlangu e Kyle Sheperd. Questo lavoro è una commissione del Teatro dell’Opera di Roma, del Teatro Reale Drammatico Svedese e del Théàtre de La Ville di Lussemburgo. Così, il dittico guarda al teatro sperimentale e alla musica: alla fine degli anni Sessanta del secolo scorso e di oggi (o meglio in futuro perché il Sudafrica sta anticipando alcune tendenze americane ed europee). Uno sguardo a ieri per meglio afferrare il domani.

Work in Progress è la proiezione sul palcoscenico di una fantasia poetica in cui la creazione di uno dei più importanti scultori del Novecento, Alexander Calder (che chiama le proprie sculture ‘oggetti’), si muove e funziona sulla musica elettronica dell’epoca. Non ci sono né cantanti né attori sul palcoscenico, ma solo pochi mimi (in un momento c’è un affascinante giro in bicicletta). C’è azione: dai “mobiles” – il ben noto approccio di Calder alla scultura -, al disegno su tele dipinte. La parte visiva è, ovviamente, astratta e perfettamente in linea con la partitura elettronica composta dalla fusione di brani differenti di Castiglioni, Clementi e Maderna. Insieme, intendono ricreare l’infinito dell’universo. La performance dura circa venti minuti. Il pubblico era molto attento; al termine, è esploso in lunghe ovazioni.

Dal 1968, per quanto ne so, Work in Progress è stato ripreso solo una volta dal Teatro dell’Opera, nel 1983 (quando l’ho visto e sentito come parte di un programma di musica contemporanea). Nel 1968, il regista era Filippo Crivelli, che oggi ha 90 anni ma è ancora molto attivo nella messa in scena di teatro e di opera, come lo era nel 1968 e nel 1983. Crivelli ha curato anche questa ripresa. L’allestimento di questo lavoro è, ovviamente, un’impresa difficile. Può essere utile fornire un DvD di alta qualità, per mostrarlo anche in canali televisivi particolarmente dedicati alla musica classica. E’ una vera gioia sia per gli occhi sia per le orecchie.

Waiting for the Sibyl (Aspettando la Sibilla) è un’opera di 50 minuti basata sul mito della Sibilla, come descritto nel Paradiso di Dante. Non c’è trama e il personaggio centrale, la Sibilla, è una ballerina. Coloro che vogliono conoscere il loro futuro, vanno dalla Sibilla di Cuma che scrive le sue previsioni in foglie di quercia. Nel Paradiso dantesco, le foglie vengono soffiate dal vento in un cerchio intorno alla Sibilla e, raccolte sempre dal vento, si trasformano nelle pagine del poema di Dante. Nell’opera di Kentridge, le foglie vengono soffiate via dal vento, ma i clienti della Sibilla riescono a catturarle. Rimangono insoddisfatti, tuttavia, perché, intimamente, desiderano qualcosa di più di una macchina – la moderna Sibilla è un algoritmo – per guidarli su come vedono, e plasmano, il loro futuro. L’apologo è avvincente principalmente a causa della messa in scena di Kentridge (regia, scene, costumi) e della partitura molto intensa di Nhlanhala Mahlangu e Kyle Sheperd. Sul palcoscenico, cantanti e ballerini sudafricani si esibiscono, cantano e suonano, ma parte della musica (la partitura del pianoforte) è registrata. È musica tonale, con un forte ritmo alternato con un adagio pieno di melodia e con canzoni africane tradizionali.

Il lavoro è stato applaudito molto calorosamente. Sono certo che il successo si ripeterà a Stoccolma, a città del Lussemburgo e nella tournée mondiale.

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