Cancel culture nella musica/ Il caso Brown sugar e le altre canzoni a rischio censura

- Paolo Vites

Sono moltissime le canzoni che per un motivo o per l’altro potrebbero essere proibite per il loro messaggio che non va d’accordo con i diritti civili invocati da ogni parte

Freddie Mercury
Freddie Mercury sul palco (Facebook)

In un divertente (ma intelligente) trafiletto pubblicato su Il Foglio di oggi si legge che i Rolling Stones, dopo aver auto censurato dal proprio repertorio il loro classico Brown sugar perché considerato razzista e d’incitamento allo stupro, dovrebbero salire sul palco e rimanere in silenzio per due ore perché ogni loro canzone sarebbe addebitabile come “politicamente scorretta”. Già, ma è questo il bello del rock’n’roll, aver stravolto le regole delle canzoncine “bacio, amore”. Nel clima della “cancel culture” oggi in voga anche nella musica, quante altre canzoni farebbero la stessa fine? Colpa d’ Alfredo, leggendario brano di Vasco Rossi, oggi verrebbe censurata ancor prima di essere pubblicata con un verso come “è andata a casa con il n****o, la t***a!” (peraltro il nostro non si è fatto problema di cantarla e riprenderla in un video ufficiale del mitico concerto a Modena Park nel 2017). La lista, soprattutto all’estero, sarebbe lunga.

Delilah, del cantante gallese anche nominato Sir da Sua Maestà, Tom Jones, ad esempio è censurabile per un testo che rappresenta la violenza domestica. Il protagonista infatti accoltella la moglie dopo aver scoperto che la tradiva: “Ho attraversato la strada fino a casa sua e lei ha aperto la porta / È rimasta lì a ridere / Ho sentito il coltello in mano e lei non ha più riso”. Il brano, peraltro, è diventato negli anni l’inno ufficiale dei tifosi della squadra di rugby del Galles, ma negli ultimi anni la federazione sportiva del paese l’ha vietata. Finirebbero nel calderone anche i Queen, quelli che tutti ma proprio tutti adorano, comprese le star del karaoke.

JOHN TRAVOLTA INCITATORE DELLO STUPRO

La loro Fat bottomed girls ha già un titolo maschilista (“Ragazze dal sedere grosso”) ma potrebbe promuovere abusi sui minori: “Ero solo un ragazzo magro / Non ho mai saputo che il bene dal male / Ma conoscevo l’amore prima di lasciare il mio vivaio / Rimasto solo con la grossa e grassa Fanny / Era una tata così cattiva / Ehi grande donna, mi hai fatto diventare un cattivo ragazzo”. E che dire del classico di ogni addio al nubilato, Tell me more dal film Grease, interpretata da John Travolta e Olivia Newton John? Per molti andrebbe censurata perché il protagonista è un predatore sessuale che si avventa sulla sua vittima: “Dimmi di più, dimmi di più / Lei ha combattuto?”. C’è poi la canzone natalizia che venne incisa per beneficenza dalle massime star inglesi degli anni 80, Do they know it’s Christams time, per raccogliere fondi contro la fame in Etiopia.

Una buona causa? Certo, ma come si può oggi cantare a Natale un brano così paternalistico, insensibile, provocatore che osa dire: “E non ci sarà neve in Africa questo periodo natalizio / Il regalo più grande che riceveranno quest’anno è la vita / Dove non cresce mai niente, non scorre pioggia o fiumi / Loro sanno che è tempo di Natale?”. Concludiamo l’improbabile lista con il successo di fine anni 70 di David Bowie, China girl, accusata di essere colonialista e nazista: “In città come una vacca sacra, visioni di svastiche nella mia testa, progetti per tutti, Ti darò la televisione/ti darò gli occhi blu/ti darò un uomo che vuole governare il mondo”. E pensare che China girl era una metafora dell’eroina.

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