CEI vs GOVERNO/ Se la scienza decide che il cibo da asporto vale più dell’Eucarestia

- Monica Mondo

In un comunicato, la Cei ha duramente criticato il protrarsi dello stop alle messe aperte ai fedeli. “Compromesso l’esercizio della libertà di culto”

Papa Francesco in Piazza San Pietro
LaPresse

Caro direttore,
ora basta. Il vaso è colmo. Abbiamo avuto troppa, esagerata pazienza. Responsabilità, per alcuni, arrendevolezza per altri. Comunque dopo due mesi di supermercati aperti, e di chiese vuote, arriva finalmente l’allentamento delle misure restrittive per la pandemia. Quando in Spagna, più devastati di noi, portano i bimbi all’asilo, qui ancora si tratta e si prendono pesci in faccia per ragionare se e quando i cristiani possano partecipare all’Eucarestia.

Abbiamo visto la polizia interrompere le celebrazioni, a Cremona e non solo. Abbiamo visto ergersi a difesa dei suoi preti il vescovo francese Aupetit, che ringraziamo per il coraggio. Abbiamo visto da noi a Milano celebrare la messa laica del 25 aprile con un publico distanziato a dovere, e non è permesso celebre la Messa neanche all’aperto, o con un piccolo gruppo di fedeli, con mascherine e guanti.

Il Papa è stato sempre chiaro, sempre. Ieri il suo elemosiniere, agente speciale per le imprese di sfondamento, ha telefonato al sacerdote incriminato di Cremona per esprimergli il suo (sic) sostegno. E ieri sera in 45 minuti di discorso il premier italiano ha elencato benevolmente tutte le aperture decise e coordinate con il Comitato scientifico, che ci spiega dove e quanto possiamo correre, ci lascia vedere una tantum i nostri nipoti (“sappiamo quanto soffrano le famiglie a stare divise!”), ci lascia correre, che magari ci sfianchiamo e non alziamo la voce, dichiara roboando l’arrivo di una pioggia di soldi, chiede scusa per i ritardi, ci permette perfino di seppellire con una preghiera i nostri morti. Stop. La scienza ha stabilito che l’Eucarestia non è essenziale per vivere. Il cibo da asporto sì, la Comunione da asporto no. Cosa deve ancora accadere perché prendiamo coraggio e spingiamo i nostri parroci a  tirar fuori tavolini ad uso altare, sui sagrati, nelle piazze, e chiamare a raccolta un popolo per pregare e ricevere il pane che dà vita? La disobbedienza civile vale a motivazioni alterne?

Poco dopo le parole a reti unificate di Conte arriva il comunicato dei vescovi italiani, finalmente: spiegano che hanno parlato, discusso, ascoltato, chiesto. Ma “arbitrariamente” si è “esclusa la possibilità di celebrare la messa col popolo”.  Si è disattesa “la pienezza dell’autonomia” della Chiesa. E “non si può accettare di veder compromesso l’esercizio della libertà di culto”.

A ciascuno il suo: “il comitato tecnico-scientifico dia indicazioni precise di carattere sanitario, la Chiesa organizzi la vita della comunità cristiana”. Basta soprusi. Basta basso profilo, tono minore. Ci sono tempi in cui è urgente e necessario dire, finché ci sarà dato, che quel che abbiamo di più caro è Cristo, unum necessarium. Abbiamo l’esempio audace dei martiri, di questo tempo, non solo di quello passato. Abbiamo il ricordo degli operai di Danzica, i perseguitati nei paesi comunisti (anche nella Cina di oggi, sottolineiamo). Non fingiamo di onorarli sugli altari, se quando siamo chiamati a rispondere pieghiamo il capo per pavidità. C’era don Abbondio e c’era fra Cristoforo, e don Rodrigo era ben più pericoloso di Conte.

Tra limitazioni delle libertà individuali col dubbio sempre più diffuso che siano servite davvero e non siano state la manna inaspettata per proseguire un’esperienza di governo fiacca e inadeguata alle circostanze, la privazione della libertà religiosa è la più odiosa. Nessuno potrà dirci ciò che vale di più per noi, perfino più della salute.



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