MANALIVE/ Chesterton sul palco del Meeting per insegnarci a non “sopravvivere”

- Leonardo Locatelli

Ieri sera (oggi la replica) è andata in scena a Rimini la prima nazionale dello spettacolo tratto da un romanzo di Chesterton. Il commento di LEONARDO LOCATELLI

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Foto di scena dello spettacolo Manalive - Un uomo vivo

Dopo la prima giornata vissuta domenica, chiusa in serata dallo spettacolo inaugurale Le Confessioni di Agostino con Sandro Lombardi, è entrato nel vivo il programma delle proposte teatrali offerte nell’ambito della 34ª edizione del Meeting per l’amicizia tra i popoli di Rimini, in corso presso gli ormai tradizionali spazi della locale Fiera sotto il titolo “Emergenza uomo”. Ieri sera al Teatro Ermete Novelli (con replica questa sera alle ore 21:45) si è infatti tenuta la prima nazionale di Manalive – Un uomo vivo, libero adattamento a cura di Giampiero Pizzol (presente anche sul palco come attore) dell’omonimo romanzo del 1912 (tradotto in italiano come “Le avventure di un uomo vivo”) del giornalista, romanziere e saggista inglese Gilbert Keith Chesterton (1874-1936), candidato al Premio Nobel nello stesso anno in cui il riconoscimento venne assegnato al nostro Luigi Pirandello, un autore definito dal suo mentore in Italia Emilio Cecchi «Padre della Chiesa, obbligato dalle necessità dei tempi e del ministerio, a predicare in stile burlesco alle turbe degli scettici e dei gaudenti» e a cui l’evento riminese dedica quest’anno un’imperdibile mostra davvero “esemplare” dal titolo “Il Cielo in una stanza: benvenuti a casa Chesterton”.

Lo spettacolo – una co-produzione Meeting per l’amicizia fra i popoli e Compagnia Bella in collaborazione con G. K. Chesterton Institute for Faith & Culture at Seton Hall University e Made Officina Creativa – si apre con il rumore di un vento impetuoso e le note di una musica folk, sulla quale appare il danzante protagonista, Innocent Smith (interpretato da Gianluca Reggiani), nel bel mezzo di quello che poi capiremo essere l’interno della così sconvolta e ingombra di carte Casa Beacon, «una pacifica casa inglese» nelle parole di Michael Moon (Pizzol), la cui partecipe figura – in compagnia della più scettica Rosamund Hunt (Laura Aguzzoni) – apre la strada alla successiva apparizione del singolarissimo signor Smith: «Un uomo vivo! Al suo arrivo mi sono accorto di essere morto. Noi, qui, a Casa Beacon, ci conosciamo tutti, ormai viviamo da anni annoiati di noi stessi e degli altri; io bevo whisky alla solita ora, ascolto le solite storie, vedo le solite facce, imbalsamate da questa routine… mi getto in poltrona come un suicida si getta nel Tamigi… In quanto a Smith sembra un uomo che dall’infanzia alla maturità ha fatto un salto senza conoscere quella crisi di gioventù nella quale la maggior parte degli uomini diventano vecchi… Noi ci narcotizziamo di fatti, di parole, come matti, abbiamo troppo da fare per svegliarci… ci dev’essere qualcosa a cui svegliarsi… i nostri atti sono come preparativi per qualche cosa che non viene mai… voi spazzate la casa, io metto in ordine la casa… ma che cosa dovrà dunque succedere nella casa?».

Un fulminante incipit che porta in breve al “processo” casalingo – per il quale si aggiungono Arthur Inglewood (Andrea Soffiantini) nei panni del giudice e Cyrus Pym (Giampiero Bartolini) per la pubblica accusa – che vede “alla sbarra” lo stesso Innocent Smith con imputazioni quali furto con scasso e abbandono del tetto coniugale. Non prima che egli si sia lanciato a suo modo in una sorta di perorazione della propria condizione: «Tutto è magnifico, paragonato al nulla… nulla è veramente brutto… bisognerebbe incorniciare il mondo… incorniciare ogni cosa… ogni cosa che guardiamo e non vediamo… ogni cosa che vediamo e non amiamo…». Dato però che «i fatti sono solo i rami di un albero: indicano tutte le direzioni ma è solo l’albero che li fa sgorgare come una fontana verso le stelle», la prevista procedura si risolve in una serie di scene, uno spettacolo dentro lo spettacolo, che hanno lo scopo di «svelare il vero col teatro [in quanto] la scena mostra le cose in proporzione al nostro desiderio di conoscere, [visto che] la verità non si stabilisce [ma] si cerca [con] gli occhi aperti e i sensi fatti esperti». È l’inizio di quello che sarà poi definito dalla stessa accusa il processo di “beatificazione” di Innocent Smith, un fool shakespeariano di inizio Novecento.

Come ha sintetizzato Giampiero Pizzol nelle sue note per l’allestimento, «non abbiamo sul banco d’accusa solo i fatti, ma l’interpretazione dei fatti o meglio ancora l’interpretazione della vita stessa. […] Chesterton si accorge che in casi di emergenza deve emergere l’uomo: ed ecco Innocenzo Smith, l’uomo che vuole vivere e non si accontenta di sopravvivere, un uomo come tutti noi ma deciso a non perdere tempo, determinato a lottare contro il nichilismo, il relativismo e lo scetticismo imperanti ai suoi tempi (come ai nostri). […] La casa messa a soqquadro dal vento impetuoso di Innocenzo Smith è l’anima di tutti noi messa alla prova da fatti eccezionali e provvidenziali che ci accadono e che vanno sempre interpretati con cuore e ragione. […] [T]utto l’uomo vi partecipa perché dai fatti dipende la vita e nei fatti è nascosto il senso. Rinunciare è perdere la scommessa più importante del mondo. Il destino bussa alla porta di ciascun uomo. Saremo pronti ad aprire? Saremo pronti a capire? Saremo capaci di rispondere?»

Una sfida che Chesterton lanciò al pubblico cento anni fa, nell’immediata vigilia del cosiddetto “secolo breve” e che oggi torna a raggiungere, limpida e schietta, non i lettori ma gli spettatori dei teatri che già l’hanno messa in cartellone per la prossima stagione o che vorranno farlo dal Meeting in avanti.

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