È SOLO LA FINE DEL MONDO/ “L’esplosione” di sentimenti targata Dolan

Il film di di Xavier Dolan, spiega ROBERTO BERNOCCHI nella sua recensione, è un’esplosione di sentimenti. Con la pellicola il regista ha vinto il Gran Premio della Giuria a Cannes

14.12.2016 - Roberto Bernocchi
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Una scena del film

Louis è un giovane scrittore di successo. Dodici anni dopo aver abbandonato la famiglia, alla ricerca di se stesso e della sua libertà di essere omosessuale, torna a casa per comunicare la sua imminente morte. Qui troverà un ambiente nevrotico, confuso e infelice, guidato da rancori, insoddisfazioni e conflitti che esploderanno, nel tentativo di ricreare una relazione.

Xavier Dolan, enfant prodige canadese, con È solo la fine del mondo conquista un nuovo e meritato riconoscimento a Cannes, vincendo il Gran Premio della Giuria. Il complesso rapporto madre/figlio, presente in molti suoi lavori, torna ad animare il film che allarga lo sguardo ai difficili equilibri di una famiglia francese, da qualche parte nel mondo e nel tempo. Una famiglia comune o forse no. Che si prepara a riaccogliere, inaspettatamente, il figliol prodigo, fuggito dodici anni prima.

Louis torna a riabbracciare la madre, il fratello maggiore e la sorella minore, quasi una sconosciuta per lui. Cerca il calore umano, i ricordi carichi di nostalgia, l’amore familiare per alleviare il dolore di una morte imminente. Ma nulla è come sembra. Quello che dovrebbe essere un sospirato ricongiungimento si trasforma in una sorta di regolamento di conti, che esplode violento nelle stanze di uno spietato teatro familiare.

Dodici anni di separazione. Dodici anni di rancore, di paure, di fragilità, che minano l’equilibrio di ognuno e di tutti assieme. Louis non è fuggito per trovare se stesso, ma forse anche per lasciare il “campo”, quello di battaglia. Una madre originale, straordinariamente lacerata dal bisogno di vivere e dalla paura di non farcela. Un fratello maggiore, violentemente oppresso dalla responsabilità di essere qualcuno. E una sorella minore, confusa e infelice, alla ricerca della via per la libertà.

Louis si confessa. Cerca le parole da dire per liberare se stesso e il suo senso di colpa, ma trova il muro dell’incomunicabilità, che vomita paure incontrollabili e distruttive. Non c’è spazio per la serenità, per l’affetto, per la relazione. Non c’è spazio per lui, e forse non c’è mai stato. Su Louis si scaricano i desideri frustrati di chi è rimasto in gabbia, perdendo il coraggio di vivere. Vivendo di quello che si sarebbe potuto, dovuto o voluto essere. Una famiglia dove contano più i rimpianti dei rimorsi.

Dolan realizza un altro tassello del suo esame di coscienza, del suo viaggio catartico verso il senso di quello che si è, o che si diventa. Presenta il tesoro dell’intimità, lasciando molto lavoro allo spettatore. È solo la fine del mondo è un’esplosione di sentimenti, a volte incanalati nella rabbia di un’aggressione, a volte intuiti nei silenzi delle parole non dette, a volte raccolti, attraverso una macchina da presa invadente, dai volti dei protagonisti. Un film che colpisce, spiazza e travolge nel giardino familiare dell’ordinario. 

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