TOTÒ/ L’arte di un attore oltre i film comico-commedia

Il 15 aprile del 1967 moriva a Roma Totò, attore noto per i suoi film e da molti considerato l’ultima maschera della commedia dell’arte. Il ricordo di MASSIMO BORDONI

14.04.2017 - Massimo Bordoni
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Totò nel film I due colonnelli (Lapresse)

Alle tre e trenta del 15 aprile 1967, ora in cui era solito coricarsi, spirava nella sua casa di Via dei Monti Parioli a Roma il Principe Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio, in arte semplicemente Totò. Aveva da poco compiuto sessantanove anni. Nonostante la sua volontà di esequie semplici, ebbe addirittura tre funerali, il principale dei quali nella sua Napoli. Era il pomeriggio del 17 aprile quando l’intera città si fermava per l’ultimo accorato saluto al suo illustre figlio, che come pochi altri l’aveva portata nella sua maschera di grande attore. Come disse l’amico Nino Taranto nell’elogio funebre, “(…) la tua voce è nel mio cuore, nel cuore di questa Napoli, che è venuta a salutarti, a dirti grazie perché l’hai onorata”. 

Attore di poliedriche capacità mimico facciali, di ampia versatilità interpretativa, comprendente tutta la gamma dei generi, Totò è soprattutto noto al pubblico per i suoi numerosi film comico-commedia, girati dal finire degli anni Trenta fino all’anno della morte. Per questi amatissimo da tutte le italiche genti, trasversale a tutte le culture locali e a tutti gli strati sociali attraverso tutta la Penisola. Quando capita di imbattersi, nelle tante vetrine che offre la tv odierna, in una di queste vecchie commedie, un po’ obsolete per quasi tutto tranne che per la sua funambolica presenza, è netta la sensazione di trovarsi di fronte a qualcosa di unico, irripetibile. Arduo trovare un comico odierno che gli stia almeno al pari per mimica, recitazione corporea, inventiva lessicale, capacità di muoversi sulla scena, improvvisazione e interazione con gli altri interpreti secondo i perfetti tempi del comico. Ancora oggi, nei sondaggi, Totò e l’attore comico italiano più popolare, più amato, più seguito, che sta davanti a mostri sacri come Alberto Sordi e Massimo Troisi. 

Totò forgia la sua maschera sui palcoscenici dell’avanspettacolo negli anni Venti, prima imitando le macchiette del comico napoletano Gustavo De Marco, poi inventando un personaggio tutto suo, una dinoccolata marionetta con ampio frac e bombetta nera. Già nel 1931 quello di Totò è nome di successo, che fa cartellone e grossi ingaggi, richiesto nelle tournée teatrali in tutta Italia. Poi arriva la ruggente stagione dello spettacolo di varietà. Totò recita nelle commedie e nelle riviste di Eduardo Scarpetta; nella compagnia di Michele Galdieri fa coppia con Anna Magnani e terzetto con i fratelli De Filippo, tutti attori e amici che ritroverà, assieme ad altri grandi come Vittorio De Sica, Aldo Fabrizi, Nino Taranto, Macario, Mario Castellani (la storica “spalla”) nella stagione del cinema. Eccezion fatta per la Magnani, con la quale girerà un solo film, memorabile (Risate di Gioia, Monicelli 1960, tratto da due racconti di Moravia).

Sul concetto di maschera ci sarebbe da scrivere libri, limitiamoci a ricordare che sono in molti a definirlo l’ultima maschera della commedia dell’arte, proprio lui in persona, senza bisogno di tanto trucco, così, con quella sua particolare fisicità che seppe usare per aggiungere qualità poetica ed estetica a testi (filmici, soprattutto) altrimenti poveri. 

L’esordio al cinema è del 1937 con Fermo con le Mani!, di tale Gero Zambuto, ma i primi film importanti sono del decennio successivo, a cominciare da San Giovanni Decollato (A. Palermi 1940, sceneggiato da Cesare Zavattini). Tutte commedie con trovate comiche disimpegnate e popolari, cui la critica a stento riconosce un qualche valore. Lo stesso Totò, più in la con gli anni, riterrà di aver fatto solo “un ammasso di schifezze”, soprattutto perché si considerava uomo di teatro e non amava tanto il cinematografo, che faceva soprattutto per i lauti compensi. 

Solo sul finire della carriera, nel 1966, l’incontro con la poliedrica personalità di Pier Paolo Pasolini ci svela un lato inesplorato della sua verve recitativa. Lo troviamo infatti in tre pellicole, Uccellacci e Uccellini (1966), Le Streghe (1967, episodio “La Terra Vista dalla Luna”) e Capriccio all’Italiana (1968, episodio “Che Cosa Sono le Nuvole?”), scevro da quella maschera che lo stesso poeta e regista friulano considerava costrittiva, non tanto per l’attore Totò in sé, ma per il modo in cui una certa cinematografia nostrana ne aveva utilizzato i caratteristici tratti. Va annoverato tra i meriti di Pasolini quello di aver provato – con risultati sorprendentemente alti – a strappare il personaggio Totò al codice dell’italiano medio piccolo borghese, culturalmente inerte, volgare e persino aggressivo, con cui l’attore napoletano era normalmente proposto al pubblico. Con Pasolini, Totò non è più il teppista che fa sberleffi alle spalle altrui, diventa invece indifeso e poetico, un personaggio colmo di dolce umanità e sorprendente candore. 

Nel parlato comune si dice correntemente “film di Totò” anche se si dovrebbe dire “con Totò”. Errore veniale, che non fa altro che riconoscergli, per via popolana e spontanea, quell’autorialità che gli spetta di fatto, anche se quasi mai accreditata. In effetti dobbiamo considerare Totò alla stregua di un autore a tutto tondo, per le sue intrinseche abilità interpretative capace di dare un taglio unico e fortemente caratterizzato ai suoi personaggi, e di riflesso ai film in cui recitava. Ma il pubblico lo capiva e anche per questo lo amava. In questo cinquantennio molte cose sono mutate, nel mondo del cinema come dello spettacolo in genere, ma una figura come quella di Totò rappresenta ancora – e lo farà per lungo tempo – un prototipo di recitazione, uno standard qualitativo e di tecnica comica – e non solo comica – difficile da emulare. 

Totò era di ascendenze nobili, in quanto figlio naturale di un marchese (Giuseppe De Curtis) e adottato nel 1933 da un principe (Francesco Gagliardi Focas di Tertiveri), cosa di cui sempre andò orgoglioso. Sosteneva però che “(…) il mio vero titolo nobiliare è Totò. Con l’altezza imperiale non ci ho fatto nemmeno un uovo al tegamino. Mentre con Totò ci mangio dall’età di vent’anni. Mi spiego?”. L’uomo Antonio De Curtis riconosceva così nel lavoro, nell’impegno e nell’arte dell’attore il proprio animo più autentico, l’attività per cui si sentiva nato e che ha onorato fino ai massimi livelli, ancora insuperati, da autentico genio dell’arte comica, la più difficile – a detta di tutti – tra le arti del palcoscenico. Totò si nasce, non si diventa, e lui lo nacque, modestamente. 

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