Il ragazzo invisibile – Seconda generazione/ Il “pasticcio” nel film di Gabriele Salvatores

Il film di Gabriele Salvatores confonde i target a cui si rivolge, i segni cinematografici, le linee narrative e i tempi della narrazione, spiega EMANUELE RAUCO

08.01.2018 - Emanuele Rauco
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Una scena del film

Non che il primo Ragazzo invisibile fosse un film riuscito, ma Gabriele Salvatores aveva saputo intercettare una voglia di supereroi e di film adolescenziale che ha creato un suo piccolo seguito, ampliandosi dalla sala cinematografica fino all’home video e al passaggio tv. Quel seguito ha reso possibile il sequel, Il ragazzo invisibile – Seconda generazione, che però anche rispetto al predecessore risulta abbastanza fallimentare.

Soprattutto perché rende ancora più evidente la mancanza di dimestichezza di Salvatores con l’essenza del genere: se nel primo film la concentrazione sulla storia adolescenziale e familiare dissimulava un certo imbarazzo, nel seguito gli risulta impossibile, raccontando (su script di Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo) il rapporto tra Michele Silenzi e la sua vera madre che torna a occuparsi di lui dopo che quella adottiva è morta in un incidente stradale. E questo ricongiungimento lo riporterà al centro dell’azione: con la madre e la sorella Natasha dovrà affrontare un ricco magnate russo che con gli speciali sembra avere un conto in sospeso.

Questa Seconda generazione è quindi più incentrata su azione, effetti speciali e colpi di scena, su un racconto più pensato per aprirsi a un futuro, per scrivere una vera e propria mitologia su cui capitalizzare magari con film futuri, ma limitando la questione adolescenziale – che la sceneggiatura fonde direttamente con la storia avventurosa – sullo sfondo e dovendo dare maggior spazio ai colpi di scena, Salvatores pare un esordiente che non sa come svolgere il compito e copia male.

A partire dai titoli di testa a fumetto, che illustrano il primo film come fanno i film Marvel Studios, Il ragazzo invisibile 2 mette insieme una quantità di riferimenti e calchi che supera il livello della citazione per sfociare nell’accozzaglia (dal personaggio di Ksenia Rappoport identico al Magneto degli X-Men fino alla scena madre presa pari pari dal finale di Spiderman di Raimi) e nel far perdere ogni identità ai personaggi in scena. Ma è forse il problema minore del film.

A rendere il film di Salvatores completamente sbagliato è soprattutto la mancata messa a fuoco degli elementi tipici di una pellicola del genere: oltre i meccanismi da abbecedario del fantastico, a deludere sono i continui sbagli di tono, ritmo e registro, una seriosità eccessiva che si vorrebbe stemperare in scelte di messinscena da teen-movie o in un immaginario estetico da young adult di seconda mano che appare sempre troppo barocco, sempre troppo compreso nel suo andamento. Per non parlare di attori fuori parte (praticamente tutti gli adolescenti) o stonati (praticamente tutti gli adulti).

Il ragazzo invisibile – Seconda generazione confonde i target a cui si rivolge, i segni cinematografici, le linee narrative e i tempi della narrazione, gli stili e persino tecnicamente il montaggio, un pasticcio che potrebbe vanificare il lavoro del primo film, che non supera le barriere anche meramente visive del prodotto al risparmio. Rischiando di azzerare il seguito, seppur piccolo, che aveva portato tutti fin qui. 

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