L’ISPETTORE COLIANDRO/ La serie “surreale” che fa capire che la vita non è un pozzo nero

- Gianni Foresti

Oggi su Rai 2 va in onda la seconda puntata della settima stagione de L’Ispettore Coliandro, serie che riscuote ancora successo

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Giampaolo Morelli nei panni dell'ispettore Coliandro

Premessa. Sono un fan sfegatato di Coliandro e dei registi Manetti Bros. La mia critica televisiva sarà sicuramente di parte. Giampaolo Morelli interprete de L’ispettore Coliandro è l’attore feticcio dei fratelli Manetti. Si sono incontrati nel 2005 nel film Piano 17, nel 2006 è iniziata la saga dello scalcagnato ispettore  e da lì in poi non si sono più lasciati: è stato il protagonista dei film Song’e  Napule  e  Ammore e malavita che ha portato  il David di Donatello ai due registi.

La Rai è partita alla grande in questo autunno con le fiction di Rocco Schiavone, I Bastardi di Pizzofalcone e adesso Coliandro, buonissimi gli ascolti e le storie. I libri noir e gialli sono sempre in testa alle classifiche in Italia, via obbligata a realizzare fiction, ma se Mediaset dorme, la Rai è sempre un passo avanti. Ma di fiction parleremo in un’altra occasione.

La figura dell’ispettore Coliandro l’ha inventata il grande Carlo Lucarelli scrivendo inizialmente tre libri e poi le sceneggiature realizzate appositamente per la tv. Per dirla tutta, nell’ultima puntata de I Bastardi di Pizzofalcone, buona parte non è tratta dall’ultimo libro di Carofiglio, indi per cui non penso acquisterò il suo prossimo giallo: la fiction tv ha anticipato la produzione libraria.

Direte: ci propini sempre le stesse cose, le stesse emozioni e considerazioni dal 2016, ma non è così. Innanzitutto la prima puntata di questa settima edizione di Coliandro ha fatto un botto di ascolti, 11% di share con  2.500.000 teste, molto di più degli anni passati e poi… E poi i detrattori mi dicono: scrivi sempre le stesse cavolate positive su Coliandro. È vero, l’ispettore nato nel 2006 in tv non si è evoluto, sempre le stesse frasi, i soliti soprannomi, le identiche battute tratte dai film, eppure sono passati 12 anni. Ma questo è il bello, il nostro ispettore non si deve evolvere, non deve diventare politicamente corretto, deve restare com’è nato. 

A differenza di Rocco Schiavone e del Cinese di Pizzofalcone, lui è nato cazzaro, giuggiolone, sfighé, la macchietta italiana dell’ispettore Callaghan. Probabilmente, anzi sicuramente, non rappresenta la realtà a differenza di ciò che Schiavone e Lojacono vogliono rappresentare con le loro depressioni, le storie personali tristi, con mogli morte, separazioni familiari, angosce, turbolenze psicologiche e morali. Ma è questa la realtà vera? 

Aldilà dei discreti libri di Carofiglio e Manzini, la fiction tv non può rappresentare  la realtà della vita, a meno che si parli di Santi. Meglio un’ora e mezza di situazioni surreali e di rilassamento che ci fanno cogliere che la vita ha le sue contraddizioni ma non è un pozzo nero, perché in fondo dei conti non la gestiamo noi. Per questo secondo me Lucarelli non fa evolvere Coliandro. Però ne ha anticipato i tempi sin dal 2006 in periodi non sospetti: oggi il suo capo è il leghista Salvini, ministro dell’Interno, e direi che la sceneggiatura e i coloriti dialoghi  colgono in pieno il pensiero di molti italiani e il loro voto politico. L’ispettore Coliandro è puro intrattenimento, è puro divertimento e questa è una volontà esplicita del suo inventore, Carlo Lucarelli.

Se invece volete vedere qualcosa di più corposo guardate la fiction La porta rossa, andata in onda l’anno scorso. Bellissima  interpretata magnificamente, soprattutto da Lino Guanciale. Perché l’ho indicata? La sceneggiatura è di Carlo Lucarelli.





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