LORO 2/ Il film di Sorrentino difficile da prendere sul serio

- Roberto Bernocchi

Nei cinema è arrivata anche la seconda parte del film di Paolo Sorrentino dedicato a Silvio Berlusconi. Un film che non riesci a prendere sul serio, dice ROBERTO BERNOCCHI

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Una scena del film

La storia tra Silvio e Veronica volge al termine. È la resa dei conti. L’accusa e la liberazione. È l’ora dei festini, di Noemi Letizia, della degenerazione del sistema di potere inquinato da scambi sessuali, adulazione e interessi di parte. Un’ora e quaranta per chiudere idealmente cinque anni della più recente e fantasiosa storia italiana.

Continua il film “biografico” su Berlusconi, portandoci nelle stanze dei luccicanti festini che hanno demolito la già controversa reputazione del cavaliere che fu. Loro 2 è la conclusione di questa storia, finita nel 2010 ma non ancora finita. Una storia di intrecci politici, economici e sociali. Una storia pubblica e privata, mai completamente pubblica e nemmeno completamente privata. Una storia romanzo, densa di evidenze, supposizioni, accuse, fantasie e realtà che hanno superato la fantasia di molti. Una vita pensata quasi per essere una fiction televisiva, più affine agli anni ’80 che ai nostri giorni.

Tolta l’attesa e la sorpresa per la scelta coraggiosa di Sorrentino, è il momento di guardare al film come a un tutt’uno. Un film di contenuti, oltre ai più evidenti aspetti stilistici e visivi che rappresentano una cifra inconfondibile del regista napoletano. Cosa ci lascia? Troppo finto per essere vero. Troppo comico per essere serio. La verità è sospesa, pronta al giudizio di parte. Non affonda, o affonda troppo. 

Un film che non riesci a prendere sul serio. Che ride bonario nel sorriso infinito di Lui. L’uomo è la sua rappresentazione immaginaria. La caricatura della caricatura di se stesso. Semplice e semplificato nel suo pensiero strumentale verso l’universo femminile, carne corteggiabile da macello. 

La storia, tra verità, leggenda e finzione, è nota.  Triste, vissuta, deprimente. Una storia senza maiuscole. La storia di un uomo modesto che ha fatto grande e piccola l’Italia. È Veronica Lario a fare sue le accuse degli haters, snocciolando i meriti rubati, le qualità presunte, le finzioni quotidiane, le memorie craxiane.  “Sei una lunghissima messa in scena”. 

Tutto questo è quello che la Lario ha capito, sospendendo il giudizio, raccogliendo l’utile, regalandogli i suoi figli. Per molto tempo ha continuato ad amarlo, a modo suo, fino al lurido ciarpame sessuale. In questo ritratto essenziale, tutto ruota attorno all’ego infinito del Presidente di tutti, amico, amante, politico, imprenditore. L’uomo delle soluzioni che non arrivano mai veramente. 

“Vali meno di quanto pensi”, dice ancora Veronica. Un ego ferito in cerca di costanti conferme. Un grande pregio di relazione, che apre le porte.  La battuta pronta, che crea felicità a consumo. La capacità di vendere, se stesso e i sogni degli altri. Orientando il futuro da desiderare. Meno male che Silvio c’è, dice il coro dei corpi piegati a riscuotere la pulsione guardona dell’uomo anziano, che guarda soddisfatto e compiacente. Trofeo dell’io malato e possessivo.

L’alito da vecchio allontana chi la verità la vuole dire. Ma tutto avviene nel privato inconfessabile della tentata seduzione. Là fuori tutto luccica, tra droghe musiche ed esibizioni passate. È l’Italia. L’altra Italia. Tranquilli, abbiamo solo scherzato. Perché noi siamo diversi. Non contano raccomandazioni, non contano favori, non contano scambi, non contano interessi, non contano gli amici, non contano i meriti, non contano pulsioni. Noi siamo diversi. E forse è stato solo un brutto sogno. O forse no.

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