L’ISOLA DEI CANI/ Il film “magnetico” sulle follie del nostro tempo

- Roberto Bernocchi

Con L’isola dei cani, Wes Anderson torna alla stop motion dopo l’acclamato Fantastic Mr. Fox e nei cinema dopo quattro anni da Grand Hotel Budapest. ROBERTO BERNOCCHI

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Una scena del film

Siamo in Giappone, nell’anno 2037. L’eccessiva quantità di cani ha raggiunto dimensioni epidemiche che hanno portato alla rapida diffusione di un’influenza canina, responsabile del contagio nella città di Megasaki. Il sindaco Kobayashi stabilisce dunque di allontanare i cani e di metterli in quarantena nell’adiacente isola destinata, fino ad allora, all’immondizia. Il giovane Atari, insensibile all’ordinanza del sindaco suo parente, decide di raggiungere l’isola in aereo per salvare dalla morte il suo amato cagnolino Spots. Una volta atterrato sull’isola troverà l’aiuto di un branco di cani collaborativi, con cui darà inizio a un viaggio epico che deciderà il futuro della città.

Arriva nelle sale la nuova e deliziosa creatura di uno dei registi contemporanei più talentuosi e originali di sempre: Wes Anderson. Torna alla stop motion, dopo l’acclamato Fantastic Mr. Fox e torna al cinema dopo quattro anni dall’eccentrico Grand Hotel BudapestL’isola dei cani è un’altra meraviglia visiva.

Fondato chiaramente sulla personale capacità di lasciare il segno, il film è prima di tutto un esercizio visivo. L’attenzione maniacale alla simmetria regala dei quadri equilibrati e perfetti anche per i più ferrei dettami della grafica pubblicitaria. Tutto trova una sua collocazione nello spazio, in un gioco di pesi che raggiunge la perfezione. Anderson ci immerge nelle suggestioni dei B movies giapponesi degli anni ’60, popolati di personaggi stravaganti e disastri climatici. Uomini e cani, adulti e bambini, eroi e anti-eroi. Il regime autoritario e poco trasparente del sindaco Kobayashi ci regala un viaggio senza ritorno nell’isola dell’immondizia, dove i cani, in preda all’influenza contagiosa, sono esiliati. 

Tra cataste di rifiuti, scenari apocalittici e macchine infernali domina incontrastata la dog gang di “spaventosi e indistruttibili cani alpha”: Rex, King, Duke, Boss, guidati con difficoltà dal sedicente leader Capo. Personaggi strepitosi, animati da personalità multiformi e dallo humor irresistibile e gelido del suo illustre creatore. Nei contrasti di questo universo malaticcio scorre la trama futuristica di apocalittica ispirazione, lugubre presagio di funesti eventi. L’immaginifica fantasia di Anderson ruota attorno al quasi banale e scontato affetto di un bambino per il suo cane. Che non vuole abbandonare al suo triste destino, decretato dall’Autorità.

Se il mondo visivo dell’Isola dei cani è frutto di un attento studio e rielaborazione della tradizione giapponese e dei suoi artisti (tra cui il maestro del cinema Kurosawa o i grandi pittori incisori Hiroshige e Hokusai, le cui opere sono state recentemente ospitate a Milano), i fatti raccontati sono totalmente immaginari. Fatti che però non è poi così difficile ricondurre alle follie del nostro tempo: guerre, autoritarismi, mistificazioni, espulsioni, condanne a morte, disastri ecologici. Il mondo, nel lontano ma non lontanissimo 2037, non è un bel posto dove vivere. Ma c’è ancora spazio per onore e coraggio, per volare nei cieli come supereroi e per salvare il mondo dall’indifferenza.

Un gioco, quello del regista texano di adozione newyorkese, simbolico e bizzarro. Un gioco magnetico per lo sguardo di uno spettatore libero e creativo, pronto a farsi cullare dalla sorprendente e mai scomposta avventura in una città inventata e in un’isola che non c’è. In un tempo inventato che vorremmo vivere nei nostri sogni. Per poi risvegliarci prima che sia troppo tardi. 





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