COP-26/ La sfida per tagliare la CO2 senza cedere al populismo anti-industriale

- Ugo Bertone

La conferenza mondiale sul clima di Glasgow ha un compito importante, che bisogna raggiungere senza cedere al populismo anti-industriale

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Manifestazioni per il clima in Danimarca (LaPresse)

Finora solo la pandemia ha avuto ragione della CO2. Nel corso del 2020, causa la chiusura forzata di fabbriche e città, le emissioni nocive sono scese del 5,4%, salvo poi risalire ai livelli del 2019 o anche più ai primi segnali di ripresa. È una notazione cinica, senz’altro paradossale all’avvio della conferenza mondiale di Glasgow, che vede i delegati di 200 Paesi a confronto su come ridurre le emissioni di CO2 e contrastare il riscaldamento globale.

Una sfida planetaria a due tappe, il 2030 e il 2050, in cui si cercherà di conciliare l’esigenza di conciliare la salute del pianeta e il benessere dei più ricchi e dei tanti emarginati che chiedono almeno un piatto di riso e un tetto, secondo l’immagine evocata pochi mesi fa dal premier cinese Li Keqiang a proposito dell’economia delle zone carbonifere del nord del Celeste Impero. E non sarà un’impresa facile, a giudicare dallo smacco patito dal presidente Xi Jinping.

Il numero uno della Cina si era impegnato in un primo momento a ridurre del 18% la percentuale di CO2 per unità di Pil entro il 2025, per poi toccare la “carbon neutrality” nel 2030 e inseguire il bersaglio grosso, cioè la decarbonizzazione totale entro il 2060. Ma i buoni propositi non hanno retto agli effetti della crisi post-pandemia e alle conseguenze di inondazioni e tempeste. La Cina, rimasta al buio per la crisi die energia, ha fatto retromarcia rimettendo in funzione le centrali a carbone. Anzi, programmando un aumento dei consumi fino al 2030 quando, è la promessa, il carbone verrà eliminato. Per ora, però, non se ne parla: prima viene la pancia piena, poi si può parlare di aria pulita.

Un’alternativa fittizia, forse. Perché è possibile conciliare crescita e sviluppo dell’energia rinnovabile dirottando verso diversi modelli di consumo e di lavoro i nostri stili di vita. Ma finora non l’ha fatto nessuno, né sul fronte del socialismo che del tanto vituperato capitalismo. Eppure, ripetono gli scienziati, il conto alla rovescia è già cominciato, come sperimentiamo ogni giorno tra catastrofi ambientali sempre più gravi, cui si cerca di far fronte con idee più o meno nuove. 

La proposta più aggressiva l’ha lanciata Daniel Loeb, il finanziere che guida il fondo speculativo Third Point. Tutt’altro che un filantropo, insomma. Loeb ha rivelato ai suoi azionisti di aver acquistato una quota in Shell con un obiettivo ben preciso: spaccare in due il gruppo, separando i mestieri storici (petrolio, gas e chimica) dal settore delle rinnovabili, solare ed eolico in testa. I profitti delle attività “cattive” favoriranno così il decollo di quelle legate all’energia buona che oggi, mescolate assieme, producono tanta confusione. Il tutto, naturalmente, sulla base dei guadagni ricavati dallo “split” tra il passato e il futuro del colosso. Il Ceo di Shell ha già ribattuto si tratta di una pessima idea, perché la battaglia per l’ambiente può esser vinta utilizzando le competenze e l’esperienza dell’industria energetica tradizionale. Ma nel frattempo ha dovuto subire due rovesci: il fondo pensione olandese Apb ha deciso di cedere l’intera partecipazione in Shell (15 miliardi di euro) nella convinzione che l’investimento in questi anni garantirà più problemi (anche con la giustizia olandese) che profitti. Intanto i dirigenti della società, assieme a quelli di Bp, Exxon/Mobile e Chevron, hanno dovuto subire un vero processo al Congresso Usa. Per vent’anni, è stata l’accusa, avete nascosto gli effetti sul clima della vostra attività. Proprio come fecero a suo tempo le industria del tabacco.

Un’accusa pesante, probabilmente ingenerosa, ma che dà l’idea del clima generale: si cerca un colpevole per il degrado rapidissimo dello stato di salute del pianeta, cercando però di pagare il costo economico e politico più basso possibile. Perché su questo terreno finora ha fallito la dittatura cinese, ma non ha fatto bella figura nemmeno il capitalismo nostrano. Prendiamo gli Usa: Joe Biden è sbarcato a Roma con un robusto pacchetto (555 miliardi di dollari) di intervento sull’ambiente, in buona parte legati a incentivi fiscali. Ma ha dovuto cedere in patria alle richieste della lobby del carbone, con il voto del leader democratico moderato Manchin, forte negli Stati più legati alla fonte di energia più inquinante. È un esempio, uno fra i tanti, che serve a spiegare la difficoltà a transitare dai nobili intenti di Greta Thunberg all’azione che dominerà un vertice tanto importante quanto complicato, popolato di buone intenzioni (vedi la moda dei green bond) ma anche da tanta confusione, come dimostra la difficoltà a classificare il nucleare (probabilmente necessario per raggiungere i risultati) tra i buoni e cattivi. Con il risultato che la “verde” Germania viaggia a carbone. 

Alla vigilia della solenne cerimonia di Glasgow, assente la Regina ma inaugurata dal principe Carlo, anima verde da sempre, il quadro generale era confuso, popolato da Stati che si sono rivelati pessimi studenti, tutt’altro che positivo. Secondo quanto deciso sei anni fa a Parigi, i Paesi firmatari dell’accordo si sono impegnati a presentare quanto fatto nel frattempo e quanto intendono fare per centrare gli obiettivi. Ma, al 30 settembre scorso, solo 120 Paesi (su 191) avevano presentato i loro piani. La lista si è allungata ma non comprende due tra i grandi protagonisti: la Cina di cui abbiamo già detto e l’India, al secondo posto tra i grandi inquinatori. New Delhi non prenderà impegni specifici, ma farà sentire la sua voce a proposito dei cento miliardi di dollari che i Paesi ricchi si sono impegnati a versare per favorire la transizione energetica dei più poveri, che comunque consumano solo una modesta percentuale delle risorse naturali.

In questa cornice s’inquadra il netto peggioramento delle emissioni di CO2 che stanno salendo quest’anno del 4,8% a un nuovo record nella storia del pianeta. Secondo l’esame del Pnue, l’organizzazione che monitora lo stato degli accordi di Parigi, solo dieci membri del G20 hanno tenuto fede agli sforzi in materia ambientale: Sudafrica, Argentina, Canada, Stati Uniti, Unione europea (compresa ovviamente l’Italia) e Regno Unito. Due, Brasile e Messico, hanno assunto impegni più blandi. Altri, vedi Australia, Indonesia e la stessa Russia, minacciano soluzioni peggiorative. Negli ultimi giorni altri Paesi, tra cui l’Arabia Saudita, hanno fatto i compiti. Ma il quadro generale resta allarmante.

Le emissioni globali, se tutti rispettassero gli impegni presi, aumenteranno del 16% entro il 2030, mentre secondo l’Onu sarebbe necessario ridurle del 45% per centrare l’obiettivo di ridurre di 1,5 gradi la temperatura media del pianeta. Di questo passo, al contrario, la temperatura salirà di 2,7 gradi entro la fine del secolo, con conseguenze drammatiche. 

Riuscirà il vertice di Glasgow ad invertire la rotta? “L’età dei mezzi impegni è finita – ammonisce il segretario generale dell’Onu Antonio Gutierres – Ora occorre fare sul serio”. Il che vuol dire “sterilizzare” ogni settore, dall’elettricità ai trasporti eliminando il carbone, mettere fine agli incentivi all’energia fossile e far fronte ad aiuti per cento miliardi di dollari all’anno per favorire la transizione dei Paesi in via di sviluppo. 

È la svolta che, tra mille difficoltà, dovrà prendere il via alla Cop-26. E potrebbe anche succedere se si saprà conciliare scienza, tecnologia e investimenti, senza cedere al populismo anti-industriale.

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