CORONAVIRUS/ Quella “noia” che manda in crisi impiegati e dittatori

- Carlo Bellieni

L’emergenza coronavirus mette in crisi il sistema subdolo e capillare in cui il potere ci aveva chiusi

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In fila per entrare in un supermercato di Milano (LaPresse)
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Se caschiamo a faccia in giù in una pozzanghera sappiamo cosa fare: ci rialziamo e via! Anche se rubano in casa nostra sappiamo cosa fare, passato lo shock. In caso di epidemia no. Non lo sappiamo. Perché il nostro cervello è da decenni nella sola modalità di “fleet or fight”: scappa o combatti. Ci hanno strappato via la capacità di riflettere e sostituita con quella più utile al potere, quella di seguire degli schemi. Nel caso del coronavirus non c’è schema che tenga, perché non c’è una cosa da fare, si vive alla giornata e nessuno sa cosa farsene delle sue giornate; anche chi ha la tragedia di un lavoro pencolante o perso o quella di una vita con disabilità non sa cosa fare nelle giornate che hanno perso i punti di riferimento, e ci si sente sperduti.

Tutta la società occidentale è un unico meccanismo di cui siamo delle minuscole dolenti rotelle, che seppur dolenti marciano giorno per giorno e da felici schiavi, come avrebbe detto Rousseau, maciniamo il nostro chicco di grano o ci lamentiamo (anche il lamento è un protocollo previsto nel meccanismo) per non poterlo macinare. Siamo nella società dei protocolli, in cui non conta l’io, non conta il noi, ma conta solo la struttura ove sia io che noi alloggiamo. E la struttura prevede per noi, organizza per noi.

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Pete Seeger lo aveva spiegato nella canzone “Little boxes”, in cui “E tutti giocano sul campo da golf e bevono il loro martini dry /E tutti hanno dei bambini carini e i bambini vanno a scuola / E i bambini vanno al campo estivo / E poi all’università / E tutti vengono messi in scatole, e tutti escono allo stesso modo”. È previsto il nostro bofonchiare, il nostro scontento, il nostro arrivismo: un certo tot percento del nostro tempo. E siccome siamo tutti ridotti a delle monadi, si devono moltiplicare per queste monadi estranee tra loro i protocolli e le regole, e i contratti e le leggi, perché come diceva Catullo “Quando lo Stato si corrompe si moltiplicano le leggi”. Funzionale al potere è che siamo delle monadi che obbediscano (“pensa quel che vuoi ma obbedisci”, diceva addirittura Immanuel Kant). Il coronavirus rovina questo castello. Siamo obbligati per una frazione di secondo a riflettere.

E sarebbe un guaio se la goccia di riflessione diventasse un’emorragia; sarebbe un orrore per il Sistema! Allora si cerca di rattoppare la ferita inferta alla costruzione protocollare con i racconti, le favole: cosa fare nel tempo inutilizzato, come pretendere i fondi dall’Ue, come moltiplicare i tamponi, gli isolamenti, le guarigioni: segnali utili, ma dati superflui, ridondanti e addomesticanti, come un divertissement pascaliano.

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Ma è inutile: si è aperto uno squarcio. Per la prima volta siamo davanti a noi stessi in un tempo fuori dal tempo del sistema produttivo, che obbliga a vagare nel nostro io. Quasi non ce ne accorgiamo. Ma per una frazione di secondo si è squarciato il telo della mega-fiction di “The Truman Show”; squarcio che abbiamo iniziato a chiamare con un termine che ignoravamo perché finora tutto ma proprio tutto delle nostre giornate era protocollato: “noia”. Pensare che la noia ci avrebbe salvati era impossibile, eppure la noia ci ha fatti uscire dal mega-meccanismo per un solo momento.

Ora ci ritorniamo dentro. Con la tristezza dei danni che la megaquarantena ecumenica ha provocato, danni forti, soprattutto per i fragili: i bambini malati, le persone con autismo, i dipendenti che perdono il lavoro, gli scolari che erano fannulloni e ora lo sono il doppio, i medici in prima linea, gli anziani a rischio di morte.

Ma quel piccolo squarcio della società dei protocolli ce lo ricorderemo. La noia di un attimo che ha messo una piccola macchia nella routine studiata tra divertimenti artificiosi, giochi a premi per rincitrullirci, orari da rispettare per non scadere nelle psicosi… ci ha fatto vedere un mondo in cui si possa andare piano, in cui gli ospedali non sono aziende, in cui le scuole non sono centri di babysitteraggio, in cui gli uffici non trasformano i microimpiegati in microdittatori (“non è di mia competenza”; “non è il modulo adatto”).

Lo dico con la massima certezza: quando si moltiplicano i protocolli, le istruzioni operative, è segnale certo che nessuno si fida più di nessuno. Basta vedere il fiorire di leggi, decreti, o anche solo delle minuziosità dei test Invalsi nelle scuole, dei protocolli nei reparti medici (ridondanti, troppi, illeggibili, fatti solo per essere fatti) o – restando in sanità – i minuti paragrafi del nuovo codice deontologico, in cui il rapporto tra medico e paziente per la sfiducia reciproca è diventato… un contratto!

Gunther Anders spiegava che abbiamo finito per invidiare il mondo delle macchine per la sua freddezza, ripetitività, mancanza di responsabilità: l’“invidia prometeica” la chiamava; e Martin Heidegger, il genio del secolo scorso, illustrava che l’io si getta nel mondo con la tecnica ma poi non ne può più fare a meno diventando “inautentico”.

E se ricordassimo questi giorni tragici per rifar nascere qualcosa di autentico in noi e fra di noi?

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