CRISI DA CORONAVIRUS/ Fallimenti e stop alla produzione, un conto da 650 miliardi

- int. Guido Romano

Uno studio Cerved stima che l’emergenza coronavirus può costare alle imprese fino a 650 miliardi. Con fallimenti e crisi di liquidità molto pericolosi

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(LaPresse)

Il conto del coronavirus per le imprese italiane? Potrebbe oscillare tra i 270 e i 650 miliardi di fatturato “bruciati” nel biennio 2020-2021. A calcolare l’impatto del Covid 19 è l’ultimo Cerved Industry Forecast, l’analisi che Cerved, tra i principali operatori italiani nell’analisi e nella gestione del rischio di credito, ha effettuato scandagliando oltre 200 settori dell’economia italiana.

L’ampiezza della “forchetta” dipende dalla durata dell’epidemia e dalla velocità di reazione del nostro sistema. La contrazione sarebbe particolarmente pesante quest’anno, mentre nel 2021 è previsto un rimbalzo, ma con perdite comunque rilevanti.

Gli scenari ipotizzati sono due. Il primo prevede un rientro rapido, due-tre mesi, dell’emergenza coronavirus, con le imprese italiane che perderebbero il 7,4% dei propri ricavi quest’anno, un’erosione che interesserebbe quasi tutti i comparti, in particolare alberghi, agenzie di viaggio, strutture ricettive extra-alberghiere, trasporti aerei, organizzazione di eventi, produzione di rimorchi e allestimento di veicoli, concessionari auto, che registrerebbero una riduzione di oltre un quarto dei propri ricavi.

Il secondo, più pessimistico, stima una durata del contagio fino a fine anno, sei mesi per tornare alla normalità e un completo isolamento dell’economia italiana: in questo scenario la caduta dei ricavi delle imprese nel 2020 sarebbe addirittura del 17,8%, pari a una perdita di 470 miliardi rispetto a uno scenario senza epidemia, in base al quale i ricavi sarebbero aumentati dell’1,7%. Nel 2021 possibile un “rimbalzo”, ma non sufficiente a recuperare i livelli del 2019 e facendo registrare una perdita di ulteriori 172 miliardi rispetto alla stima tendenziale. Gli effetti sui settori sarebbero in alcuni casi drammatici: gli alberghi perderebbero nel 2020 quasi tre quarti dei propri ricavi, le agenzie di viaggi e le strutture extra-alberghiere quasi due terzi, l’automotive, i trasporti circa la metà. E in questo scenario nessuna regione riuscirà a recuperare i livelli pre-coronavirus. Che cicatrici potrebbero lasciare queste ferite sulla pelle del sistema economico italiano? Quali misure si possono adottare per lenirle? E’ veramente a rischio la capacità produttiva della seconda potenza manifatturiera europea? Ne abbiamo parlato con Guido Romano, responsabile ufficio studi Cerved Group.

Quanto può far male davvero il coronavirus all’economia italiana?

Dipende molto dalla capacità di preservare le imprese in questa fase di lockdown e di non portare al fallimento aziende che sono in crisi di liquidità ma che potrebbero tornare a produrre reddito. Altrimenti la crisi si trascinerebbe all’intera economia e a quel punto non avremmo un andamento a “V”, come ipotizzato nel nostro studio, bensì a “U”, se non addirittura a “L”.

Dove colpirà di più?

Colpirà ovunque, in maniera trasversale. Si fa prima a elencare i settori, pochi e anti-ciclici, che ne rimarranno illesi: alimentare, commercio online, farmaceutica.

Voi avete ipotizzato due scenari: alla luce di come sta progredendo l’epidemia, qual è quello più probabile?

Alla fine penso che ci collocheremo a metà strada, forse un po’ più vicino allo scenario più ottimistico, perché quello pessimistico ipotizza una chiusura totale fino alla fine dell’anno, e mi auguro proprio che non accada. L’importante è non entrare in una nuova fase di lockdown e che entro settembre si possa riprendere, in una progressione verso la normalità.

Nel frattempo potranno verificarsi molte chiusure di aziende, visto che già oggi sono aperti quasi 150 tavoli di crisi?

Purtroppo sì, perché molte aziende saranno costrette a non fatturare e non disporranno della liquidità necessaria. Però, rispetto alla crisi precedente, quella del 2008-2009, abbiamo oggi una struttura produttiva molto diversa.

In che senso?

Siamo usciti da una recessione violenta, che ha obbligato il nostro sistema produttivo a ristrutturarsi. Oggi le aziende, molto meno indebitate, sono sì meno redditizie ma anche patrimonialmente più solide. Mentre nel 2008-2009 la crisi aveva operato una sorta di selezione darwiniana, qui rischiamo di far sparire dal mercato aziende che sono sane e robuste, ma che non possono far fronte a mesi di stop.

Il problema maggiore, oggi, è garantire la liquidità alle imprese?

E’ sicuramente il punto su cui intervenire: evitare che la crisi di liquidità dovuta al blocco si trasformi in fallimenti, soprattutto delle Pmi. Significherebbe perdere capacità produttiva e andare incontro a una ripartenza più difficile e lenta. Se si perde base produttiva, ci vuole tempo per ricostruirla.

Garantire liquidità è decisivo, ma in Italia il trasferimento avviene ancora in modo farraginoso, in media occorrono 4-6 mesi. Questa emergenza è un’occasione per tagliare un po’ di burocrazia?

Sicuramente. Sarebbe un intervento utile in qualsiasi momento, ma oggi è indispensabile evitare lungaggini.

Potremmo perdere quote di export? Quali sono settori e catene del valore più a rischio?

Tutto dipende dallo sviluppo della pandemia al di là della Cina e dell’Italia. A pagare comunque il conto più salato sono le aziende inserite nelle catene globali del valore, perché quando si spezzano non è facile ricrearle. Penso, ad esempio, all’automotive e probabilmente alla meccanica.

Visto che la pandemia sta contagiando l’Europa, altri paesi e altri sistemi produttivi potrebbero prima o poi trovarsi nella stessa condizione dell’industria italiana?

Direi proprio sì. Basta guardare all’entità delle risposte alla crisi di cui si parla negli altri paesi.

A tal proposito, la Germania mette sul piatto 550 miliardi, il Regno Unito 400 miliardi, noi con il decreto Cura Italia 25 miliardi. Come si spiega questo gap?

Premesso che la Germania ha molto più fieno in cascina di noi e non corre il rischio di un debito pubblico eccessivo, i 550 miliardi promessi dalla Merkel sono un effetto leva e andrebbero comparati con i 340 che il Cura Italia potrebbe innescare, come indicato dal ministro Gualtieri.

Il viceministro Misiani dice che oggi paghiamo le scelte di delocalizzazione fatte in passato. Che ne pensa?

Forse c’è stato un momento in cui si è fatto ricorso troppo alle delocalizzazioni in alcuni settori, ma noi paghiamo soprattutto la bassa produttività.

Non sarebbe il caso di prevedere già oggi misure utili per non compromettere l’efficienza della capacità produttiva?

E’ così e mi sembra che su questo fronte si stia già ragionando, come ha dimostrato, per fortuna, la Bce, riprendendo in mano il bazooka del Qe. La volontà di intervenire c’è.

Il fattore tempo è decisivo. Meglio una strategia graduale, come quella adottata dal governo sulla base dell’evolvere dell’epidemia, o una terapia shock, cioè abbinando misure per contrastare l’emergenza con mosse e incentivi per la crescita?

L’Italia non è nella condizione di non poter tenere conto della dimensione dell’intervento e della reazione dei mercati finanziari. Mi sembra logico che l’Italia assuma una posizione prudente.

Le imprese non sono soddisfatte delle misure adottate con il decreto Cura Italia. Hanno ragione? E dove sarebbe urgente intervenire con decisione?

In questo frangente la priorità è evitare i fallimenti evitabili e se dovesse servire una cifra maggiore è opportuno metterla sul piatto, altrimenti rischiamo di pagare di più dopo, anche in termini di effetti sul sistema bancario. In più, non dobbiamo dimenticare il nostro gap storico di digitalizzazione e di produttività, adottando incentivi con un obiettivo di medio termine.

Dopo una crisi così profonda, brusca e invasiva, quanto ci vorrà per rialzare la testa?

Se perdiamo imprese, la situazione rischia di protrarsi a lungo. Se invece riusciamo a limitare questa fase di blocco per poi ripartire, i danni potrebbero essere non così gravi e profondi.

(Marco Biscella)

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