EVENTI E CONCERTI IN CRISI/ “Apriremo per ultimi, manca una strategia”

- int. Luca Montebugnoli

Quello dello spettacolo e della musica sarà l’ultimo settore economico a ripartire: quale futuro? Parla il presidente di Best Union, Luca Montebugnoli

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Un concerto rock

Di tutti i settori economici, quello legato all’intrattenimento, allo spettacolo, sarà l’ultimo a riaprire. È una cosa che si sapeva sin da subito: impossibile durante una pandemia mettere insieme, appiccicate, 5-10mila persone. Sarebbe devastante in termini di contagio. Succede in tutto il mondo, non solo in Italia: concerti, festival, club, teatri, parchi gioco non riapriranno prima del 2021, “a primavera inoltrata” ci ha detto in questa intervista Luca Montebugnoli, presidente del consiglio di amministrazione di Best Union, di cui fa parte VivaTicket, uno dei gruppi di vendita online di biglietti per eventi non solo musicali ma anche di luoghi di intrattenimento come Disneyworld. Per Montebugnoli, la riapertura prevista già da giugno di concerti con una capienza massima di mille spettatori “non permette nemmeno di pagare le spese, anche se gli artisti si riducessero, e di molto, i cachet. Il governo ha fatto rientrare i lavoratori del mondo dello spettacolo nella categoria della cassa integrazioni nel caso di grosse aziende che hanno potuto dimostrare di essere in perdita, ma non si è fatto nulla come per qualunque altra azienda se non proporre dei prestiti da rimborsare. Ma se uno non fa  incassi come potrà rimborsare?”.

Al momento l’unica possibilità per questa estate è la possibilità di organizzare concerti con un massimo di capienza di mille spettatori. Sembra un contentino: sbaglio o difficilmente un organizzatore riesce a ripagarsi le spese?

Assolutamente sì. Immagino che la ragione sia di livello sanitario, perché capienze così basse non rispondono a esigenze di mercato o di economicità, con criteri come questi è impossibile per qualunque promoter proporre artisti poco più che amatoriali, salvo che gli artisti si riducano in maniera significativa il cachet. E potrebbe non bastare, perché il cachet è una delle componenti dei costi ma non l’unica.

Quindi quanto dovremo aspettare? È vero che fino al prossimo anno non ci saranno concerti?

Questo è un primo passo. Il secondo passo, verificato che il numero dei contagiati sia finalmente sceso, è che si giunga almeno a concerti da 5mila, 10mila persone osservando una serie di misure sanitarie; per arrivare ai grandi concerti, quelli da oltre 20mila spettatori, non prima della primavera 2021. Ma solo una volta che si troverà un vaccino o cure adeguate per tenere sotto controllo chi è contagiato.

Un mese fa molti artisti hanno scritto una lettera aperta al governo chiedendo misure di sostegno per tutti i lavoratori del mondo dello spettacolo. Le risulta sia stato fatto qualcosa?

In realtà nessuna misura dedicata. I lavoratori dello spettacolo, dal tecnico audio a quello delle luci a chi monta il palcoscenico sono stati gestiti dal governo facendoli rientrare nella cassa integrazione.

Cioè devono risultare dipendenti di una azienda?

Se sono società per capitali attive da tempo e che possono dimostrare di avere avuto perdite significative, e penso ahimè che possano dimostrarlo, allora i dipendenti possono rientrare nella cassa integrazione. Stanno ricevendo un massimo di 1200 euro al mese. Mentre quelli a partita Iva dovrebbero essere inclusi in questo ultimo decreto, quello dei 600 euro al mese.

Le sembra una misura adeguata?

Si può sempre fare di più, però non invidio i nostri governanti. Il ministero dei Beni culturali è senza portafoglio, sta facendo molto ma è obbligato a chiedere soldi al ministero dell’Economia. Una serie di misure strutturali devono essere pensate a livello collettivo. Il nostro settore sarà l’ultimo a ripartire, si dovranno pensare nuove misure di sostegno. Nessun settore può resistere dodici mesi senza lavoro e non andrebbe in contrasto con altri settori che hanno avuto la possibilità di ripartire già adesso.

In Italia, qualunque governo ci sia stato, il mondo dello spettacolo, con le eccezioni della lirica o dell’opera, è sempre stato visto come un settore di serie B, estremamente trascurato. Che ne pensa?

Purtroppo è così. Siamo la culla della cultura, abbiamo inventato l’opera, alcuni dei più grandi musicisti sono nati qui, nel dopoguerra il cinema italiano era in grado di competere con quello americano, ma manca completamente una politica culturale. Vivo negli Usa da anni, ho due figli e tocco con mano la differenza.

Cioè?

Vedo lo stimolo continuo che i giovani ricevono dalle istituzioni come la scuola, le classi di musica sono importanti come quelle di scienze e matematica, la musica è dotata di fondi economici, i corsi di teatro sono tra i più ambiti e fanno curriculum. Questo genera un mondo, quello dell’entertainment, che ovviamente soverchia il nostro, che in termini di creatività non avrebbe nulla da invidiare. Da noi nel momento in cui un ragazzo decide di andare a scuola di musica viene visto come un fannullone invece che un potenziale grande artista. C’è poi un problema strutturale, l’idea che l’arte debba vivere di soli fondi pubblici. Il contrario dei paesi anglosassoni, dove i soldi sono messi dai privati per rendere possibile le attività culturali.

Le perdite economiche inevitabili dovute a questo stop comporteranno una aumento dei biglietti a danno del consumatore?

Penso di no. Non ci saranno costi in più, questa crisi ha dimostrato che l’uomo è un animale sociale e ha bisogno di vivere dei momenti, degli eventi insieme agli altri. Non credo ci saranno dei costi in più, salvo che non siano imposte misure draconiane legate alla sicurezza, ma sarebbero costi non giustificati. Quello che temo invece è che molte aziende non ci saranno più. Molte di queste non erano molto forti e gli aiuti non sono stati dati alle aziende come è stato fatto in tutto il mondo, cioè a fondo perduto. Da noi c’è solo una disponibilità a contrarre ulteriore debito, ma se uno non ha ricavi, come paga il debito? Ci saranno meno operatori e questo fa male a tutti, perché era un settore che era già asfittico.

C’è grossa polemica per la decisione di restituire i soldi dei biglietti comprati per concerti cancellati. Vengono dati dei voucher per vedere nel 2021 un altro artista. Non si può obbligare chi ha comprato il biglietto per Paul McCartney a vedere un altro artista, le sembra giusto?

Anche io ho comprato dei biglietti per concerti cancellati. Questa norma l’ha messa il governo come misura di sostegno al settore, da questo punto di vista nessun promoter avrebbe potuto restituire soldi già investiti sull’anticipo all’artista o dati ai fornitori, altrimenti quasi tutti i promoter sarebbero falliti. Penso invece che la norma del voucher andrebbe estesa ad almeno 24 mesi, per dar modo ai promoter di offrire eventi e artisti di uguale importanza. Se ho comprato il biglietto per Paul McCartney non puoi farmi vedere pinco pallino, ma se mi proponi Elton John già siamo a un concerto di livello simile. Il fatto è che nessuno può obbligare McCartney a cantare l’anno prossimo. Se guardiamo i numeri, il 70% dei concerti è stato rinviato al 2021, il 30% cancellato, e sono tutti artisti internazionali, che lavorano a un altro livello, programmano i tour un anno prima. La cancellazione di un concerto può accadere, in questo caso non dipende dal promoter, e la possibilità di rimborsare non è prevista da nessun paese in Europa. Chiaro, rimane l’amaro in bocca, ma stiamo parlando di una situazione estrema, non è un vezzo dei promoter. Dovrebbero però proporre un palinsesto di qualità comparabile. Il voucher è un sostegno alla cultura, anche questo rispetto al danno di chiudere una industria di questo tipo.

(Paolo Vites)

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