CRISI TURISMO/ “Assurdi i bonus per stare chiusi, serve supporto per riaprire”

- int. Guerrino Lanci

Le strutture ricettive dovrebbero essere incentivate a riaprire, non a restare chiuse. Per Guerrino Lanci, presidente di Federalberghi Trieste, servono interventi su cuneo fiscale, Irap e I

Stanza hotel lapresse 2020
Gli asintomatici contaminano tutto quello che toccano? (Foto LaPresse)

«Si parla tanto di riaperture delle “attrazioni”, ma adesso qui subiamo il problema dei dipendenti comunali, che in alcuni casi non possono rientrare subito al lavoro in quanto soggetti a rischio, soprattutto per i musei e altri siti simili».

Guerrino Lanci, presidente di Federalberghi Trieste, sottolinea uno dei tanti problemi di questa fase 3. Un gap di formazione, insomma? 

Sì, ma ai primi di luglio tutti avranno superato i corsi Covid e saranno finalmente formati. Anche le strutture alberghiere si stanno adeguando per quanto riguarda le “poche” attrezzature necessarie. All’inizio sembrava che si dovesse disporre di tute, adesso si è arrivati a guanti e mascherine, o forse nemmeno guanti… Le disposizioni in due mesi sono cambiate: quest’ultima revisione penso sia stata la sesta. È tutto complicato. Restano i fondamentali: distanziamento, igienizzazione delle camere, mascherine, anche se si è riusciti a evitare che l’addetto al ricevimento l’indossi, nel caso vi sia una barriera in plexiglass davanti: del resto, ricevere un cliente con la mascherina non è esattamente tranquillizzante, no?

Lanci, quante sono le strutture ricettive nel suo territorio? 

In provincia di Trieste sono circa 130 o 140 alberghiere, poi altrettante come extra alberghiere, per un totale di circa 23 mila posti letto. I nostri associati sono poco meno di 100, poi abbiamo Federalberghi-extra, cioè bed and breakfast, affittacamere e altro. In provincia di Trieste raccogliamo circa l’80% delle strutture ricettive, in regione siamo intorno al 65-70%.

Lei recentemente ha detto che occorre disporre di almeno il 25% di camere occupate per garantire l’operatività e la redditività di una struttura.

Più precisamente si tratta di perdere meno di quanto si perde restando chiusi. Io oggi so quanto perdo con i collaboratori in cassa integrazione in deroga e so i costi che ho. Se devo riaprire, quindi, devo richiamare personale e metterli in carico. A quel punto devo arrivare immediatamente a una certa percentuale di occupazione: se non ci arrivo vuol dire che perdo più di quanto perdo stando chiuso. È una vera assurdità, che continuiamo a segnalare, dare bonus per stare chiusi: bisognerebbe dare invece un supporto alle aziende per riaprire e per pagare il personale. Solo un’azienda aperta fa marketing, crea prodotto e lavoro. Se si continua solamente con la cassa integrazione o con il fondo d’integrazione salariale, si spinge l’albergatore a restare chiuso, consapevole di non perdere più di tanto. È come continuare a dare droga al malato perché tanto si sa che morirà.

Secondo lei quali misure sarebbero più utili?

La defiscalizzazione del lavoro: bisogna pensare che per i prossimi 20 mesi invece di dare aiuti economici ai dipendenti che non stanno lavorando o ai licenziati, bisognerebbe darli alle imprese, perché ricollochino i propri lavoratori. Poi vanno attivati incentivi, che non sono i bonus vacanze, troppo complicati: molto più semplici e immediate le detrazioni delle spese vacanze degli italiani in Italia, per 500, 600, 800 euro, come succede già in altri Paesi. Questo sarebbe un vero stimolo. Ma soprattutto qual è il problema del bonus? Diciamo che Tizio può averne uno da 500 euro, però non ha nessuna voglia di andare in vacanza. Allora va da Caio, albergatore che magari ha accumulato del nero, per vari motivi, il quale gli fa la ricevuta del bonus per 500 euro (per la quota prevista) e gli da anche 150-200 euro. L’operatore incassa il bonus, e ne guadagna 300, giustificando anche eventuali evasioni pregresse. Tutto questo non ha portato un euro al turismo.

È un meccanismo che succede spesso?

Sappiamo tutti come funziona l’Italia quassù al Nord: tutte transazioni con carte di credito. Io anche volessi evadere… Chiaro che in altre aree, con altri contesti, può succedere. Qui però i controlli sono frequentissimi: una settimana arriva la Guardia Finanza, la settimana successiva i Carabinieri, quindi la Polizia, e poi l’Azienda sanitaria.

Molti invocano il congelamento dell’Irap. 

Ma non va solo congelata. Noi in marzo, aprile e maggio abbiamo azzerato gli incassi, circa il 25% del fatturato volatilizzato. Ora vedo un giugno simile, con fatturato praticamente nullo o quasi. In luglio, se andrà bene, si fatturerà il 40% di quello che si fatturava l’anno scorso, in agosto il 50%, e a settembre ottobre e novembre perderò almeno il 30%. Quindi quest’anno fatturerò il 25-35% dell’anno scorso. Quindi non basta congelare l’Irap: non è proprio possibile si abbia Irap da pagare, al pari dell’Imu. È una situazione drammatica. Ma dobbiamo anche cominciare a ragionare sul prodotto, una responsabilità degli operatori e dell’ente pubblico, ancora convinto che il turismo si faccia da solo. Non funziona più come una volta, quando i turisti arrivavano in Italia perché la vedevano come l’unico Paese a offrire cultura. Oggi non è più così, la situazione è radicalmente cambiata e tutti hanno più possibilità di scelta. Il turismo oggi va costruito.

Chiede anche lei un piano strategico delle destinazioni?

Certo. Però ho visto tanti piani strategici, penso di averne non so quanti nei cassetti. Adesso bisogna passare ad un piano operativo, non calato puramente dall’alto, perché o gli operatori sono parte vivente di quel piano oppure nessun piano potrà mai funzionare.  Abbiamo bisogno di creare sistemi di commercializzazione, di promozione collegati fra di loro e agli operatori del territorio. Abbiamo anche troppo da offrire, in termini di risorse, ma troppo poco organizzate.

La task force di Colaonelle proposte presentate, ha inserito anche uno scudo che metta al riparo le strutture alberghiere e gli albergatori da eventuali responsabilità per contagi millantati all’interno delle strutture.

Ho fatto parte della task force che a livello italiano ha realizzato il primo protocollo di accoglienza sicura. Un lavoro sterminato. La nostra principale preoccupazione era per la responsabilità nei confronti dei collaboratori e dell’ospite. Nei confronti dei collaboratori in gran parte il problema è risolto, ma non del tutto, come sempre, ma almeno non vi è l’automatica responsabilità. Resta l’assurdità che quando un turista s’ammala automaticamente il primo imputato e l’albergo. Del resto, i furbi nel nostro settore sono frequenti, così come le richieste di risarcimento per presunti danni, furti o altro. Spesso si riesce a dimostrare la non responsabilità. In ogni caso oggi non c’è alcuna assicurazione disposta a coprirci. Quindi occorre uno scudo, almeno per chi dimostri di mettere in atto i protocolli previsti con la dovuta diligenza. Faccio un esempio, quello della legionella, infezione capitata in alcune strutture ricettive (ma anche in ospedali). È successo perché, sostanzialmente, sugli impianti di condizionamento non venivano fatte le manutenzioni. Dove tutto invece veniva mantenuto in efficienza, la legionella restava presente in percentuale minima, visto che comunque è presente ovunque, anche a casa nostra. È quindi stato chiarito che qualora la legionella resti entro certi margini è da considerare endemica, come sta diventando il coronavirus.

Esiste un sistema-turismo nella vostra regione? Le strutture sanno “fanno rete”? 

Stiamo facendo fronte comune, ci siamo mossi in maniera unitaria senza grandi campanilismi o altro. PromoTurismo Friuli Venezia Giulia, l’ente regionale che si occupa della promozione, ha cominciato a muoversi per la commercializzazione del prodotto turistico. Al momento si sta spingendo molto più sui segmenti mare e montagna, più facili da comunicare rispetto al segmento città. C’è voglia in questo momento di un’aggregazione maggiore, perché è l’unica soluzione: il microscopismo non ci porterà da nessuna parte purtroppo, è un problema dal punto di vista della comunicazione e della commercializzazione. Al momento però parte della testa degli imprenditori è sull’azienda e sulla possibile riapertura, un’altra sulle problematiche economiche, un’altra ancora sulle conseguenze del Covid. La stragrande maggioranza delle strutture è a conduzione familiare, con 30/70 camere; la percentuale dei gruppi grandi è forse del 5-6%. Ma bisogna riuscire a ingrandire le strutture ricettive in termini numerici perché altrimenti nella competitività non sono sostenibili.

Ci sono anche problemi di sotto capitalizzazione delle strutture?

A Trieste la gran parte delle imprese è anche proprietaria immobiliare, quindi ha una capitalizzazione consistente. Però in genere più del 55% delle imprese turistiche ricettive non è proprietaria dell’immobile, è solo in gestione, con capitalizzazioni che vanno da 10 a 50 mila euro, come accade ad esempio nella zona mare di Lignano.

Come ha visto cambiare il rapporto con la tecnologia, anche in relazione al Covid? C’è stato un avvicinamento?

La mia fotografia copre 25 anni.  Il turismo è quello che tecnologicamente si è sempre forse spinto più avanti degli altri, se non altro per esigenze di commercializzazione. Perché il resto del mondo lo sta tirando più avanti. Durante il lockdown ci siamo resi conto meglio di chi era rimasto indietro grazie alla necessità dello smart working. (Una più ampia panoramica sull’argomento nell’intervista a Lanci pubblicata nel sito HospitalityInnovationLab, ndr)

Bisogna ancora mettersi al passo, insomma?

In Italia abbiamo un gap culturale: si va avanti così perché si è sempre fatto così, anche nel turismo. È anche vero che le imprese vanno spesso avanti con la testa bassa, senza guardarsi attorno. Non si dedica tempo alla formazione di noi stessi rispetto a quello concesso al lavoro. Vedo persone che lavorano un numero incredibile di ore, fanno salti mortali per riuscire a tenere in piedi l’impresa, ma qualche volta difettano di un quid che potrebbe semplificargli di molto la vita. Per questo secondo me è importantissimo il ruolo delle associazioni: un’associazione o un organo di informazione di cui l’imprenditore si fida può fare la differenza per l’imprenditore che magari non ha tempo o voglia. Un’associazione meglio di un consulente, perché al consulente bisogna già sapere quali domande fare, quindi come usarlo.

(Alberto Beggiolini)

© RIPRODUZIONE RISERVATA