CROLLO EURO/ La moneta unica diventa sempre più “sudamericana”

- Paolo Annoni

Ieri l’euro ha toccato il livello più basso contro il dollaro dal 2002. Evidentemente i mercati non hanno buoni presentimenti sull’Eurozona

euro digitale
(LaPresse)

Ieri l’euro ha toccato il livello più basso contro il dollaro dal 2002 arrivando a 1,024 dopo una caduta che non accenna a fermarsi. Più passa il tempo, più si rafforza la consapevolezza tra gli investitori che il rallentamento economico in Europa prenderà una forma particolare. L’Europa è un’anomalia tra i principali attori globali: non ha un esercito, non ha sicurezza energetica o alimentare, non ha una proiezione geopolitica esterna. Buona parte della forza dell’Unione europea e della sua economia è stata un’industria trasformatrice che ha esportato liberamente fuori dai confini. Dietro l’euro c’è anche e soprattutto l’industria europea la cui competitività e sopravvivenza sono minacciate da una crisi energetica per cui l’Unione europea non ha una soluzione. 

Se il mercato e gli investitori pensassero che le rinnovabili e la transizione fossero una soluzione non si leggerebbero commenti allarmati per il destino dell’industria tedesca e probabilmente l’euro non sarebbe vittima di così tanto pessimismo. Se la soluzione proposta è il limite di qualche minuto alle docce calde, i gradi in meno in casa durante l’inverno e il blocco delle imprese “energivore” allora vuol dire che non c’è una soluzione. Ieri il prezzo del petrolio è sceso per i timori di una recessione; è sceso anche il prezzo del gas americano che oggi è del 40% più basso rispetto ai massimi di fine maggio. Il prezzo del gas europeo invece è salito ancora e oggi quota a dieci volte i valori di gennaio 2021 contro le due volte dell’equivalente americano. A queste condizioni l’industria europea non può sopravvivere e l’euro si comporta di conseguenza. L’indebolimento della valuta peggiora l’inflazione in una spirale che non si ferma all’interno dell’attuale politica industriale europea.

La recessione europea apre “gli spread” come è sempre accaduto in ogni fase di rallentamento economico. La Bce per tenere insieme la costruzione non può fare altro che limitare al massimo qualsiasi politica monetaria restrittiva. Pensare che il consolidamento fiscale in questa fase possa avere qualche effetto è lunare perché la crisi energetica è esogena e imposta dalle scelte politiche e perché la recessione che monta determinerà un aumento del deficit e dei debiti pubblici impossibile da invertire aumentando le tasse. In un contesto di questo tipo qualsiasi “patrimoniale” peggiora solo la recessione. Si dovrebbe ristrutturare profondamente la spesa pubblica, ma in una crisi è politicamente difficile perché la sua riduzione implica scelte scomode anche dal punto di vista occupazionale. 

Gli “spread” che si aprono oggi all’interno dell’Europa sono un multiplo di quelli della crisi dei debiti sovrani. Il “fallimento” di Uniper in Germania è emblematico; la Germania salva con soldi pubblici una “utility” per evitare l’opzione, perfettamente legale, che questa passi l’incremento dei costi energetici lungo la catena fino all’utente privato e industriale finale. Nei fatti lo Stato tedesco si accolla il costo dell’energia. È, ovviamente, un aiuto di stato che distrugge la competizione all’interno dell’Unione. Non c’è niente di cui scandalizzarsi, ma è inevitabile chiedersi cosa rimanga della coesione europea in una fase in cui i costi energetici sopportati dai cittadini e dalle imprese sono completamente diversi a seconda degli Stati.

In questo scenario la Banca centrale europea decide di “incorporare la lotta al cambiamento climatico nella sua politica monetaria”. La lotta al cambiamento climatico è un tema politico, si vedano le discussioni sul nucleare e il gas, e che finora ha comportato politiche sui cui effetti ambientali si può discutere. Le uniche due certezze sono il costo di questa transizione, con l’energia prodotta con le rinnovabili che è un multiplo di quella tradizionale, e che il ruolo del pubblico nell’economia arriverà a livelli mai visti dal crollo del muro di Berlino. Nessuno che si chieda, tra l’altro, quale sia il potere di influenzare la discussione accademica in questo scenario. Inserire la lotta al cambiamento climatico nella politica monetaria significa che i soldi di tutti sono d’ufficio al servizio di un obiettivo politico che non è stato votato da nessuno e che si pagherà con un’inflazione più alta che nelle altre aree monetarie e con minori beni.

L’Europa sta per intraprendere definitivamente un percorso di “sudamericanizzazione” e l’andamento della sua moneta riflette questa evoluzione. Questa è la parte meno preoccupante. Quella più preoccupante è che la consapevolezza di quello che sta per arrivare nella discussione pubblica è prossima allo zero. 

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