NEUROSCIENZE/ D’Agostino: non basta una pulsione per condizionare la nostra volontà

Nell’ambito di un processo per omicidio, si sono impiegate le neuroscienze per stabilire la pena per l’imputato. FRANCESCO D’AGOSTINO illustra le implicazioni dell’episodio

Medico_Tac_CervelloR400
Fotolia

Stefania Albertani, nel maggio del 2009 uccise la sorella 40enne. La costrinse ad assumere un quantitativo mortale di psicofarmaci. Poi, ne bruciò il corpo. Mentre era indagata a piede libero, provò a strangolare e a dare fuoco alla madre. Il gup di Como, Luisa Lo Gatto, l’ha condannata a soli 20 anni di carcere. Alla Albertani è stato riconosciuto un vizio parziale di mente sulla base – per la prima volta in Italia – di analisi neuro-scientifiche. «Si tratta di un campo affascinante e pioneristico, dove non esiste ancora alcunché di obiettivo. Prima di trarre da questo settore delle conseguenze sul piano giuridico-sociale sarebbero state necessarie delle conferme e delle verifiche a prova di bomba che non abbiamo»; la pensa così, raggiunto da ilSussidiario.net, Francesco D’Agostino, professore di Filosofia del diritto all’Università di Roma Tor Vergata. Una sentenza un po’ troppo frettolosa? In effetti, non si tratta soltanto del primo caso in Italia, ma di uno dei primi al mondo; lo ha sottolineto Guglielmo Gulotta, legale della donna. Il cervello della quale presenterebbe «alterazioni» in «un’area che ha la funzione» di disciplinare «le azioni aggressive». Sotto il profilo genetico, poi, manifesterebbe fattori «significativamente associati a un maggior rischio di comportamento» aggressivo, violento e impulsivo. «Il codice Penale italiano che, ricordiamoci, è del 1930, da questo punto di vista è particolarmente arretrato, perché prevede esclusivamente le psicopatologie come causa di esclusione o di riduzione della responsabilità», afferma D’Agostino. «Non fa cenno alla psicoanalisi, o ad altre forme di condizionamento sociale. Sarebbe opportuno che il legislatore italiano riprendesse in mano la questione». Fatta questa premessa, rimane il fatto che nel procedimento in questione non si sono adottate le opportune misure precauzionali. «E’ evidente la grossolanità della sentenza. Se scientificamente alcune persone potessero essere ritenute violente al punto tale da non poter controllare le loro pulsioni, e quindi socialmente pericolose, sarebbe coerente con questa impostazione un loro ricovero a vita o fino a quando un’altra perizia non dimostrasse la scomparsa di queste pulsioni; o finché non venissero, infine, efficacemente rimosse con tecniche biomediche». Il dibattito scientifico e antropologico è serratissimo.

 «Se una parte dei neuroscienziati è convinta di poter trovare delle determinanti neurologiche del comportamento, un’altra parte altrettanto meritevole di attenzione sostiene il contrario». Per intenderci: «Da che mondo e mondo – continua – si sa che un uomo ubriaco può perdere i propri freni inibitori e commettere atti di varia gravità. E, da che mondo e mondo, si sa anche che ogni individuo è responsabile dell’assunzione di queste sostanze». In sostanza, nel processo ci si è avvalsi di dati ammantati di scientificità quando ne erano privi. «Quello che gli scienziati non sono ancora riusciti a dimostrare in modo convincente è se la nostra struttura neurologica possa essere o meno sottoposta ad un controllo di tipo etico-giuridico. E’ un problema non diverso da quello delle nostre pulsioni sessuali. Hanno tutte una determinante biologica; non per questo si è mai dedotto che il soggetto non abbia la responsabilità di dominarle. Infatti, lo stupratore non è ritenuto meno responsabile del suo crimine perché le sue pulsioni sono particolarmente forti». La discussione è aperta; tuttavia, un certo atteggiamento potrebbe invalidarla: «il dibattito è impregnato di una sorta di mitologia scientifica. Dobbiamo tenere a mente che se davvero potessimo trovare le determinanti neurologiche dell’aggressività potremmo rilevare anche quelle dell’avidità di denaro o del razzismo». L’esempio non è azzardato, e implica delle conseguenze.«Alcuni studiosi ritengono che nel cervello, in particolare all’interno della migdala, si trovino le pulsioni del razzismo. Dato e non concesso che sia vero, allora dovremmo toglierla laddove la riscontrassimo abnorme?».

 Il problema è che a qualche “neuroscienziato pazzo” potrebbero venire in mente, in un ipotetico futuro, (non così ipotetico) di adottare la tecnica per i più disparati fini: «Per potenziare atteggiamenti – dice il professore – ritenuti evolutivamente positivi. Ad esempio, placando l’istinto del sonno per far lavorare di più gli operai». Non solo: «Già adesso assistiamo a delle potenziali esasperazioni, con la localizzazione celebrale della gelosia, del senso artistico, dello spirito d’avventura ecc… Elementi che fanno parte della complicata articolazione dell’essere umano – le inclinazioni -, che si sono sempre conosciuti.  Ma se usiamo questi parametri in sede socio-legale, entriamo in un campo minato. Potremmo cominciare a sostenere che la classe politica debba essere formata da persone neurologicamente caratterizzate in tal senso, escludendo, magari, gli artisti». Resta da capire perché la mentalità comune e la scienza forense accettino senza che questo ponga alcun problema il fatto che una malattia psichiatrica – come la depressione, la schizofrenia, o il disturbo paranoico –  venga, di norma, considerata, perlomeno, un’attenuante. «C’è una differenza enorme – chiarisce D’Agostino -: Le malattie psichiatriche alterano l’identità della persona malata, che agisce senza identificare se stesso come il responsabile dell’azione. Le neuroscienze, invece, non parlano di alterazione dell’identità personale, ma di condizionamenti neurologici. Affermano, ad esempio, che l’aggressività è un elemento costitutivo dell’identità di un determinato individuo. Ma di un individuo a tutti gli effetti normalissimo, in cui l’aggressività fa parte sostanzialmente della sua personalità».

 

(Paolo Nessi)  

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori