IMU E CHIESA/ Radicali e Corte di giustizia, i “talebani” che vogliono chiudere il non profit

- Stefano Parati

La Corte di Giustizia europea ha ammesso un ricorso tutto “italiano” contro un presunto privilegio che lo Stato avrebbe concesso agli Enti ecclesiastici negli ultimi anni. STEFANO PARATI

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A volte ritorna, ahimè. Ma non è il titolo di un film, quanto piuttosto la sorpresa per la notizia apparsa ieri secondo cui la Corte di Giustizia europea ha ammesso un ricorso tutto “italiano” contro un presunto privilegio che lo Stato avrebbe concesso agli Enti ecclesiastici negli ultimi anni: lo avete capito, è l’esenzione dall’Ici-Imu.

Infatti due esponenti del partito radicale hanno ottenuto la discussione nel merito del loro ricorso contro la Commissione Ue che aveva consentito all’Italia di non pretendere il rimborso dell’Ici dagli enti non profit.

Difficile, se non impossibile, predire cosa succederà e con quali tempi. Proviamo a immaginare qualche scenario, non prima però di ripercorrere sinteticamente lo stato dell’arte.

L’esenzione dall’Ici era in vigore fino al 2012 per tutti gli enti con “attività assistenziali, previdenziali, educative, ricettive, culturali e ricreative” prescindendo dalle modalità con le quali venivano svolte. Questa disciplina cosiddetta “di favore” aveva portato all’apertura di una procedura di infrazione presso Bruxelles costringendo l’Italia a mettere mano a tale normativa.

Il problema è proseguito per diversi anni in mezzo a mille incertezze legislative ed interpretative, senza mai essere risolto in modo chiaro: vittima anche di pregiudizi ideologici e politici e come tali fuori dalla realtà dei fatti. Realtà che era, già allora, di facile lettura: migliaia di enti non profit svolgevano un servizio pubblico tale e quale a quello svolto dallo Stato.

Così il governo Monti nel 2012, modificando l’originaria idea di Imu, e sotto le pressioni della Commissione Europea, decise di estendere il pagamento dell’Imu a tutte quelle realtà, anche non lucrative, che avessero svolto quelle attività in modo “commerciale”.

A maggio 2013 il ministero dell’Economia varò poi una famosa circolare che, secondo i ricorrenti, avrebbe allargato un po’ troppo le maglie dell’Imu prevedendo maggiori casi di esenzione (valida anche per i beni immobili dati in comodato d’uso ad un altro ente non commerciale per lo svolgimento di attività “meritevoli”). 

La notizia dell’accoglimento del ricorso sembrerebbe far presagire scenari quantomeno allarmanti: la sola idea di dover rimborsare la cifra di 4 miliardi farebbe vacillare anche il più solido istituto di credito o crollare le quotazioni in borsa. Ma qui stiamo parlando di enti ecclesiastici che negli anni hanno sempre svolto attività di servizio pubblico senza camuffarsi per esercitare una qualche concorrenza sleale sul mercato: si parla di scuole, asili, case di risposo, centri accoglienza, di sostegno a svantaggiati e spesso nelle periferie “esistenziali” e geografiche delle nostre città. Il pregiudizio è palese. Durante il dibattimento ci sarebbe da aspettarsi che la Commissione Ue e lo Stato italiano si difendessero evidenziando, da una parte, l’esistenza di una normativa in vigore e, dall’altra, che sarebbe contro ogni principio di legittimità e ogni diritto richiedere somme tali da enti che spesso riescono a far quadrare i propri bilanci solo con il lavoro di molti volontari. 

Inoltre, quantificare il dovuto è impresa ardua e pressoché impossibile: il calcolo delle superfici e delle percentuali di commercialità richiederebbe ulteriori ingenti oneri. Si aprirebbe un contenzioso tra Stato e Chiesa difficilmente risolvibile. Ma soprattutto, migliaia di enti chiuderebbero nel giro di pochi mesi con effetti socio-economici devastanti. Personalmente faccio davvero fatica a capire lo scopo di tale accanimento, dopo che vari recenti governi hanno disciplinato la materia. Migliorarla è sempre possibile: nella direzione di una maggiore precisione e competenza in ciò che intendiamo per “attività commerciale” ed ente non profit. La recente approvazione della legge delega sul Terzo Settore potrebbe essere l’occasione buona, ad esempio, per definire un ente non commerciale ai fini fiscali, connesso alle finalità di utilità sociale e prevedendo un regime fiscale agevolato legato all’esistenza di tale reale qualifica.

Forse che, ancora nel 2014, dia fastidio la presenza tuttora capillare — seppur osteggiata e spesso in difficoltà — di enti senza scopo di lucro legati alla Chiesa? E’ proprio il caso di augurarci che vengano prese sul serio anche in questa situazione le parole del premio Nobel Alexis Carrel: “Poca osservazione e molto ragionamento conducono all’errore; molta osservazione e poco ragionamento conducono alla verità”.

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