CARCERI/ Buffa (Dap): è stato un detenuto ad aprirmi gli orizzonti

- int. Pietro Buffa

Per PIETRO BUFFA, dirigente del Dap, occorre riflettere sugli strumenti che abbiamo a disposizione all’interno del carcere per capire se il modello punitivo abbia ancora un senso

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Immagine di archivio
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Si terrà oggi al Meeting di Rimini l’incontro dal titolo “Testimonianze dalle periferie: libertà dietro le sbarre”, moderato da Nicola Boscoletto, presidente del Consorzio Sociale Giotto. Tra i relatori che parteciperanno ci sono Rosa Alba Casella, direttore del carcere di Modena, Guido Brambilla, magistrato di sorveglianza del tribunale di Milano, Patrizia Colombo, Responsabile di Progetto della cooperativa Homo Faber, e Massimo Parisi, direttore della casa di reclusione di Bollate. Ne abbiamo parlato con Pietro Buffa, dirigente generale Dap (Dipartimento amministrazione penitenziaria) al ministero della Giustizia e provveditore regionale dell’Emilia Romagna.

E’ giusto parlare di carcere come periferia?

Sì, mi sembra corretto del carcere come di una periferia, perché è una realtà che raccoglie tutte quelle persone e situazioni che la società non riesce a gestire e sposta verso l’esterno della vita condivisa.

Il titolo dell’incontro del Meeting è “libertà dietro le sbarre”. Carcere e libertà sono due termini contrapposti?

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Sicuramente carcere e libertà sono due termini che si contrappongono. Poi bisogna vedere il significato e la pratica cui ci si riferisce quando si parla sia di carcere sia di libertà. Ci sono persone libere che si sentono in carcere perché non riescono a fare nulla della loro libertà, e persone che in carcere ritrovano se stesse e motivazioni di vita che prima non avevano trovato. Certamente però sono due termini molto controversi.

Lei è dirigente generale del Dap. Come vive questo ruolo di responsabilità che le è affidato?

Lavoro nell’amministrazione penitenziaria da diversi anni e ho svolto gran parte del mio servizio in carcere. Ho cercato di mettere a disposizione le mie energie e le mie capacità per cercare di migliorare, di comprendere e di rendermi utile al mondo del carcere.

Proprio alla luce di questa sua esperienza, che cosa serve di più oggi al mondo del carcere?

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Occorre riflettere sugli strumenti che abbiamo a disposizione sia all’interno sia all’esterno del carcere, per capire se questo nostro modello sociale, economico e anche punitivo soddisfi ancora delle esigenze sociali generali oppure no. E’ una riflessione che non riguarda però solo il carcere, che deve essere sempre letto in funzione del suo legame con la collettività. Il carcere insomma non è un elemento diverso dalla società che lo contiene.

Quali modelli alternativi al carcere ritiene che vadano privilegiati?

Esistono un po’ ovunque modalità diverse di punire le persone rispetto al carcere. In alcune epoche storiche alcune hanno dato dei risultati, in altre invece questi modelli non sono stati soddisfacenti. E’ un continuo divenire, non c’è una soluzione uguale per tutti, ma occorre riflettere su che cosa è utile a chi commette reati, alle vittime e in genere alla società.

 

Ci può raccontare l’episodio che lo ha segnato di più lungo la sua carriera?

Ricordo una circostanza in cui un detenuto mi fece presente che l’avevo aiutato a cogliere il suo processo di maturazione nel corso del tempo. Quest’uomo era entrato nel carcere molto giovane, l’avevo aiutato a studiare fino a laurearsi e arrivato a 40 anni mi disse: “Non so che cosa farò una volta uscito, sicuramente però non sono più quello che ero, cioè un ragazzo illetterato come al momento del mio ingresso”. Questo mi colpì molto perché mi fece prendere atto di come a volte una quotidianità professionale possa aiutare magari anche inconsapevolmente delle persone a trovare nuovi punti di vista.

 

(Pietro Vernizzi)

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