OPERAIO RAPINA LA SUA BANCA/ Accade perché Calvino ha “fregato” san Francesco

- Maurizio Vitali

A Castelfranco Veneto la banca non restituisce a Ivan Favretto, meccanico, 35 anni, i soldi investiti in azioni. Lui decide di prenderseli lo stesso. Con una rapina. MAURIZIO VITALI

acciaio_operaio_phixr
Infophoto

Povero Cipputi. Parte sempre indignatissimo, e ne ha ben donde, ma finisce infilzato dal mitico ombrello. Il Cipputi di Castelfranco Veneto si chiama Ivan Favretto, ha 35 anni e fa per l’appunto il meccanico, con contratto a termine in scadenza. La banca non gli vuole restituire i soldi investiti in azioni;  lui va in bestia e arraffa 7.300 euro, circa il corrispettivo, dalle casse. Trattasi tecnicamente di rapina, e Cipputi finisce in manette. 

La Procura di Treviso, per fortuna, usa il buon senso e lui può patteggiare un anno, otto mesi e venti giorni con sospensione della pena. Per il metalmeccanico non sarà il trionfo della giustizia proletaria, ma il suo difensore ringrazia le toghe. Dunque Ivan è uno come tantissimi che dal lavoro, se c’è, cava il pane e qualche piccolo stentato risparmio; dalla finanza neanche tanto creativa ha cavato il mitico ombrello. L’hanno convinto ad acquistare 10.550 euro di azioni della banca: “Tranquillo Ivan Cipputi, lei è in una botte di ferro”. La botte era quella di Attilio Regolo, con l’interno foderato di chiodi appuntiti, e le azioni erano destinate a perdite consistenti: nel linguaggio tecnico sono definiti “sconti”; sì, uno sconticino del 76%.

Non è facile seguire l’andamento di queste azioni non ancora quotate in Borsa, tuttavia Cipputi subodora qualcosa (e chi non subodora nell’era della pioggia di ombrelli di Banca Etruria e dintorni?), sabato si presenta all’assemblea degli azionisti, per capire e magari dire la sua: sono in 11mila, collegamento da remoto, e come si fa a parlare? È una farsa. Ivan entra in fibrillazione, per i soldi che stanno diventando carta ma soprattutto per la sensazione di essere stato preso per i fondelli. Questa cosa qui è quella che il linguaggio tecnico chiama “perdita del rapporto di fiducia”.

Il lunedì mattina va in officina coi nervi a fior di pelle, e per un niente si inalbera col suo datore di lavoro e sbatte la porta; poi corre in banca, rivuole i suoi soldi, van bene anche 8mila visto il deprezzamento, ma non gli sganciano un euro. Ivan non ci vede più, spintona una cassiera, ed effettua un prelievo fai da te. Più tardi, a patteggiamento avvenuto, ammette  di aver fatto una sciocchezza, e che in questi casi bisogna seguire le vie legali.

Ma caro Cipputi, è proprio dalla via delle leggi che si erge l’ombrello a te destinato. Leggi un po’ il comunicato – a termini di leggi italiane ed europee – emesso dal consiglio di amministrazione dopo l’assemblea: “Il rimborso delle azioni del socio che esercita il diritto di recesso da una banca popolare in occasione della sua trasformazione in società per azioni è assoggettato e subordinato alla possibilità per la banca di rispettare, a  seguito del rimborso stesso, i requisiti prudenziali ad essa applicabili e, quindi, di ottenere l’autorizzazione da parte dell’Autorità competente per la riduzione dei fondi propri”.

In sostanza – commenta Francesco Lenzi sul Sole 24Ore del 22 dicembre – “visto che la Bce ha imposto a Veneto Banca il raggiungimento di un coefficiente di capitale CET1 almeno pari a 10,25%, ma che attualmente è al 7,12%, la banca non dispone delle risorse per riacquistare le azioni dai soci che volessero esercitare il recesso. Così, chi vorrà, potrà liquidare le azioni solo una volta avvenuta la quotazione, vendendole sul mercato”. Qui non è il caso di esercitare lo sport tipicamente italiano di schierarsi pro o contro Favretto, anche se capisco che quando si sente di aver subito un’ingiustizia e di avere incassato oltre al danno la beffa, può venire  la voglia di iscriversi alle brigate rosse. Però né con la ribellione né con la bacchetta magica si risolverà alcunché.

Nemmeno basterà beccare chi sono stati gli imbonitori delle azioni, in che modo le hanno piazzate, con quali argomentazioni, per ordine di chi, e punire gli eventuali colpevoli, perché giustizia sia fatta. Anche di me la banca si “prende cura” quando vede arrivare dei soldi sul conto corrente, “venga in filiale, abbiamo buone proposte di investimento…”, “No grazie, è la mia liquidazione, devo cambiare la macchina e mettere a posto i denti…”. Non mi chiama mai quando il “buon investimento” che ho fatto mi fa perdere.

Comunque. L’episodio di Ivan, come quello degli obbligazionisti di Banca Etruria e delle altre tre, il suicidio del pensionato, ecc. aprono uno squarcio sulla realtà dell’economia attuale. Essa è dominata da un moloch che persegue solo la massimizzazione del profitto finanziario, divorando i risparmi a costo di lasciare in braghe di tela le imprese, negando il credito per gli investimenti, l’innovazione e lo sviluppo. Siamo lontani anni luce dal ciclo virtuoso del dopoguerra e degli anni dello sviluppo italiano fatto di lavoro, risparmio messo in banca, investito con saggezza nello sviluppo delle imprese, che a loro volta creavano possibilità di lavoro e miglioramento del benessere. 

Possiamo dire che il modello francescano è stato fatto fuori dal modello calvinista. Furono infatti i francescani ad inventare banche di credito non speculative ma a sostegno dell’economia civile, contrastando anche l’usura; mentre la cultura calvinista porta a una gestione del danaro sganciata dal territorio e dalla vita sociale. Il moloch ha due caratteristiche. Una è che il moloch è costruito sul fondamento di una sequenza di cambiamenti culturali (Pasolini diceva di mutazioni antropologiche) che hanno trasformato il potere ma anche influenzato e coinvolto la mentalità di tutti: dal lavoro al consumismo all’esagerata smania di danaro. Ci arrivano gli ombrelli anche perché, a volte, ci facciamo lusingare.

L’altra caratteristica è quella di apparire come una tecnostruttura anonima, in cui regole del mercato pretendono il valore leggi fisiche incontrovertibili e le responsabilità personali non sono identificabili: tutti eseguono ordini (o seguono prassi) e nessuno si prende la colpa di niente. Non ci sono gli “io”, ma le procedure. Certificate da McKinsey e magnificate da un buon numero di economisti-ombrellai. Ecco perché quando si dice “rinascita dell’io” non si parla di bruscolini. Perché possiamo anche desiderare il ritorno di un modello “francescano”, ma senza degli “io” con i controfiocchi sarebbe pura illusione.

© RIPRODUZIONE RISERVATA

I commenti dei lettori