IL CASO/ Da Vienna arriva il semaforo gay. Bruxelles cosa fa, ce lo impone?

- Maurizio Vitali

La campagna di sensibilizzazione a Vienna con semafori aventi come sagoma al loro interno una coppia etero e/o gay, ha fatto clamore. Il commento di MAURIZO VITALI

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Immagine presa dal web

Toglietemi tutto ma non il mio semaforo. Rosso: alt. Verde: via. Mio nipotino di due anni e virgola, può cinquettare così senza esitazioni davanti al semaforo. Io a Vienna non ce lo porto: tanta fatica per insegnargli l’educazione stradale specie semaforica mi andrebbe in vacca al primo semaforo pedonale. Intendiamoci: per me che il semaforo sia omo o etero, fa lo stesso, sono fatti suoi privati, del semaforo voglio dire. Ma nel permettere o proibire il passaggio esigo, dico esigo, che sia imparziale: il suo verdetto non deve guardare in faccia a nessuno. Invece a Vienna adesso il semaforo espone il rosso con dentro, poniamo, la sagoma di una coppia, un uomo e una donna, con cuoricino incluso.

Mi immagino già il nipotino fratturarmi l’anima con domande tipo “io quando passo?” Che gli dico: il semaforo è etero-friendly? Non sa neanche l’inglese. Poi vien fuori un verde con la sagoma di due maschi che si tengono per mano, sempre con cuoricino. E il nipotino: “devo ‘via’ con Mattia (cuginetto)?; dov’è Mattia? Quando viene Mattia? Quando passiamo di là?” E qui dovrei dirgli che il semaforo è gay-friendly, ma c’è sempre il problema della lingua. E io stesso potrei distrarmi. A Bruxelles nel giorno di San Valentino i semafori mostrano la sagoma di un cuore: quindi l’idea ce l’hanno avuta prima loro dei viennesi. E poi il cuore ce l’hanno tutti e non devi strizzarti il cervello con le combinazioni di coppia.

Che farci? Non ci sono più i semafori di una volta. E sì, perché il semaforo nacque 93 anni fa, quando non erano ancora crollate le evidenze, e si poteva andare tutti d’accordo che l’essere è e il non essere non è, e chiamare pane il pane e vino il vino. Si chiamava, l’aggeggio regolatore del traffico, per la più precisione, lanterna semaforica: debuttò nel ’22 in America mentre a Roma debuttava Benito Mussolini, cui il re diede… luce verde.

Tre anni dopo la prima lanterna semaforica italiana fu collocata a Milano tra piazza Duomo via Orefici e via Torino, per l’ammirazione della gente e l’orgoglio della milanesità messa in canto da Giovannino Danzi e Alfredo Bracchi: Milàn l’è on gran Milàn… prendiamo per esempio i semafori, che gran meraviglia, te par de vidé tanta gent a balà la quadriglia… Negli anni ’60 a Berlino Est si accorsero che troppa gente moriva agli incroci sotto le Trabant; nessuno osò ipotizzare che i freni dell’auto in plastica popolar comunista dall’odore di pollo strinato non fossero il massimo dell’efficienza, perché la Stasi lo avrebbe messo in galera, pensarono invece che i pedoni fossero distratti quando non daltonici, e così incaricarono Karl Plegau, designer e psicologo del traffico (sic) di inventare il semaforo per i pedoni: bello grande e luminoso in Alexander Platz Auf Viederseen angolo Unter der Linden. C’era la neve, e soprattutto con dentro un simbolo all’epoca ritenuto inequivocabilmente comprendibile da chiunque: una “figura antropomorfa in forme archetipiche”.  

Cioè: un omino rosso in posizione frontale con le braccia allargate a croce per dire halt; lo stesso omino verde messo di fianco con braccia e gambe divaricate nell’atto di fare un passo, per dire: avanti, bitte. Facile no? Certo, facile quando lo psicotrafficologo se ne fa un baffo della questione gender e il semaforo, ovviamente, è del tutto insensibile alle preferenze sessuali degli umani circolanti: esso si rivolge indistintamente a tutti e a ciascuno, non alle coppie. Anche il vecchio semaforo pedonale italiano aveva un omino nell’atto di compiere un passo: un passo più cauto e circospetto di quello teutonico, naturalmente: insinuarsi quatti per l’italiano è meglio che esporsi marciando. E poi, avanzare sì, ma guardarsi sempre alle spalle.

Comunque l’omino semaforico tedesco si chiama Ampelmannchen è imperversa ancora adesso nei souvenir e nei gadget. La quadriglia che Danzi immaginava, adesso la ballano a Vienna per davvero: avanti le coppie gay; ora le etero, promenade…; ferme le lesbiche… Noi italiani invece, quando scoppiò Tangentopoli, non avevamo neanche le 63mila euro o equivalente nelle vecchie lire (spese a Vienna per il progetto semaforo gay-friendly per appaltare la manutenzione e il cambio delle lampadine). O se le avevamo, rinunciavamo a bandire la gare per paura di Mani Pulite. Molti semafori restarono spenti. Tempi bui. Adesso verrebbero esclusi a vita dalla loro carica pubblica e rottamati in quanto semafori oscurantisti e omofobi. Ops, se mi legge qualcuno a Bruxelles (ma per fortuna, non penso) potrebbe farsi venire in mente di imporre a tutti i paesi dell’Unione (con deroga a Tsipras) di sconfiggere l’omofobia semaforica adottando il modello austriaco. Già ma i 63mila euro non ce li abbiamo neanche adesso. Ciapa.

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