BIMBA CRISTIANA IN AFFIDO A FAMIGLIA ISLAMICA/ Come Charlie Gard, la piccola vittima di un regime totalitario

- Salvatore Abbruzzese

A Londra una bambina di 5 anni, bianca e cristiana, è stata data in affido a una famiglia musulmana. Violenza doppia: da parte di questa e dello stato. SALVATORE ABBRUZZESE

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Proteste contro l'Islam in Gran Bretagna (LaPresse)

Una bambina inglese di cinque anni, di religione cristiana, a seguito della separazione dei genitori è stata affidata a due famiglie musulmane che — ignorando qualsiasi rispetto per una religione diversa dalla loro — le hanno tolto la catenina con il crocifisso che portava al collo, le hanno impedito di mangiare carne di maiale e le hanno chiesto di imparare l’arabo. Da qui le forti difficoltà della bambina che, nel giro di qualche settimana, si è vista proiettata in un ambiente fortemente diverso da quello nel quale era cresciuta. Sono così emersi segni di disagio e di rifiuto sempre più inequivocabili. La vicenda, svelata dal Times, andava avanti da mesi ed è diventata di dominio pubblico solo grazie alla denuncia di un ispettore dei servizi sociali che è voluto restare anonimo. 

Ciò che stupisce in questa vicenda non è solo l’enormità dell’errore da parte dei servizi sociali del distretto di Tower Hamlets ma, ancora una volta, la tracotanza della risposta dell’istituzione. A richiesta della stampa i responsabili si sono infatti trincerati dietro il più inconsistente e irritante linguaggio istituzionale: “Non possiamo parlare dei casi singoli — dicono. I nostri servizi sociali — aggiungono — forniscono una casa e una famiglia amorevole a centinaia di bambini ogni anno e in ogni caso teniamo in alta considerazione la provenienza culturale dei minori”. Come a dire: “noi siamo molto bravi e facciamo le cose sempre al meglio, i casi singoli sono storie a sé”. 

È incredibile — e induce a riflettere — come anche un’istituzione di solide e certe basi democratiche, qual è certamente il Regno Unito, quando si entra nei coni d’ombra delle strutture territoriali, siano queste un ospedale o un servizio sociale, lasci emergere le imposizioni e il “linguaggio di pietra” propri di qualsiasi regime totalitario. Una simile reazione è tanto più grave quanto più questo linguaggio viene applicato per giustificare comportamenti e scelte che riguardano esseri umani e, ancora una volta, dei bambini.

Non è un caso che la diversità di appartenenza religiosa sia stata ritenuta irrilevante. È proprio il sottodimensionamento, la banalizzazione e infine l’esclusione della dimensione religiosa come variabile significativa a rendere possibile il sottodimensionamento, la banalizzazione e l’esclusione di tutte le altre variabili relazionali. 

Una simile attitudine va guardata con molta attenzione.

Ancora una volta le istituzioni si ritengono in diritto di poter navigare dentro la realtà sociale imponendo soluzioni che non tengono minimamente conto delle relazioni tra genitori e figli, né di quelle tra i singoli e quei particolari sistemi culturali di senso che legano i credenti ad una relazione significativa con un Altro. Tanto in un caso come nell’altro, queste relazioni di affetto e di senso non sono ritenute che superficiali banalità. 

Le istituzioni si stanno sempre più comportando in un’ottica normativa sostenendo una precisa ideologia laicista che prevede l’assoluta messa ai margini delle dimensioni relazionali significative: siano queste quelle di paternità e di maternità o siano queste le relazioni che regolano la parte più personale della vita interiore del singolo: il suo legame con un’istanza trascendente. 

Per le istituzioni che si uniformano a questa deriva culturale il principio dell’emancipazione del singolo da qualsiasi legame significativo funziona come una vera e propria chiave di volta per questo tipo di logica. I soggetti esistono solo nella loro singolarità e, al di là di una determinata soglia, non hanno ponti né legami significativi che facciano ritenere necessario un eventuale cambiamento di rotta. 

Questa anonima bambina di cinque anni, proprio come il piccolo Charlie Gard di pochi mesi, è stata ritenuta non avere relazioni significative degne di nota: quest’ultime possono essere ridisegnate e ricomposte senza eccessive tensioni. I responsabili dei servizi sociali non prendono affatto in esame l’ipotesi che il nostro io viva di relazioni significative, di un universo di significati normativi che non possono essere trasformati, né mutati nella forma e nel contenuto. Come se chi ci ama non sia mai realmente significativo ed una catenina con il crocefisso — un dono dei genitori che indica una precisa rotta di vita — possa essere tolta, senza che ciò provochi uno smarrimento infinito.

C’è da preoccuparsi per una simile incoscienza istituzionale. C’è da preoccuparsi per la visione dell’uomo che alberga dentro questi funzionari, per la filosofia dell’esistenza che li anima, per l’idea puramente strumentale che ne decide l’agire. 

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