DROGA, PRIMA DOSE A 11 ANNI/ “Mi faccio”, il grido che tradisce l’abbandono degli adulti

- Silvio Cattarina

Si comincia a drogarsi già a 11 anni, l’eroina dilaga, gli allarmi pure. E’ il momento di porre rimedio con interventi forti verso chi vuole “farsi”

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LaPresse

Sì, gli allarmi, preoccupatissimi e drammatici, sono sempre più frequenti. Si comincia a drogarsi già a 11 anni, l’eroina la fa sempre più da padrona, le morti per droga, gli incidenti, le famiglie rovinate.

Gli organi di informazione, i presidi, i professori, i servizi sociali, i politici, gli enti locali lanciano notizie sempre più agghiaccianti. Cosa sta succedendo, dove siamo arrivati, perché fino a questo punto? Sembra proprio che la situazione stia sfuggendo di mano, che i numeri, in un certo senso, siano fuori controllo, che una situazione così non era prevedibile.

Occorre dirlo, ad alta voce, non si può più tacere o nascondersi dietro un dito. Forse il motivo principale di un siffatto disastro è la condizione di quasi assoluta impunità riservata ai preadolescenti e agli adolescenti se commettono atti di questo genere. Con il conseguente relativo sentimento di onnipotenza che tale condizione-privilegio di impunità porta con sé.

Sì, se un minore — ancor più se prima dei 14 anni — si droga, se spaccia, se delinque, in fondo in fondo, cosa gli succede, quando gli succede, cosa paga se viene preso, segnalato eccetera? Non è più tollerabile una situazione di quasi completa, preventiva indulgenza e assoluzione verso gli atti negativi, illeciti, aggressivi, prepotenti e distruttivi che tanti adolescenti pongono in essere.

Ci sono schiere, gruppi, bande di ragazzi e ragazzini che troppo impunemente, liberamente, “allegramente” vivono momenti di vera e propria violenza, di gratuita e immotivata prevaricazione, di sconcertante sopruso.

L’ho affermato ormai tante volte: più che la droga, la devianza, gli agiti in genere di questi poveri ragazzi, ciò che maggiormente colpisce è il grado, la cifra di rabbia, di rancore, di risentimento, di aggressività, di perseguita e organizzata vendicatività che precede, accompagna e segue l’uso della droga. Dev’essere proprio vero tutto questo se diverse volte ho sentito affermare dai ragazzi delle nostre comunità: “Per fortuna, meno male che i carabinieri mi hanno fermato” — alcuni dicono, mi hanno arrestato — “sennò continuavo all’infinito”.

Certo, ci sono territori, quartieri, zone delle nostre città troppo abbandonati, troppo lasciati nel degrado. A questo proposito, perciò, occorre segnalare che il territorio più devastato, più lasciato alla deriva è la scuola. Troppe scuole sono lasciate e vivono nel degrado, nell’abbandono. Gli insegnanti non riescono, non possono tenere i ragazzi e compiere con essi un adeguato percorso educativo e scolastico. Sì, la condizione di rassegnazione, di disimpegno di tante scuole, di tante classi è più grave, molto più dolorosa e drammatica di quella di tanti quartieri e sobborghi. Non fosse altro che per quel poco di dignità, di sacralità che lo stesso nome di scuola ancora conserva.

Insomma, occorre porre rimedio bene, velocemente, con interventi forti. Quanto colpisce il verbo inventato-usato dai ragazzi per definire la condizione di uso e abuso della droga, di malessere e di disagio che vivono: farsi, il verbo farsi. Dicono: “Mi faccio”. Come se intendessero dire, gridare: non ho avuto, non mi date, non mi offrite niente, allora… mi faccio. Ossia mi creo, mi costituisco io, mi costruisco io, da solo, contro tutto e tutti.





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