TSUNAMI INDONESIA/ Quelle vittime così lontane sono la nostra strada verso Betlemme

L’eruzione vulcanica dello Anak ha creato uno tsunami nello stretto della Sonda, tra Giava e Sumatra. Più di duecento le vittime

24.12.2018 - Renato Farina
Soccorsi lavorano al recupero delle salme in Indonesia (LaPresse)

Il figlio del vulcano Krakatoa, l’Anak, era meta di turismo di élite in Indonesia, una collana di isole che sono perle. Alla bellezza del mare si aggiungeva il fantastico spettacolo di eruzioni notturne. Nessuno pensa mai che siano pericolose. Il magna scivola a distanza di sicurezza, gli hotel sono pieni e le isolette nello stretto che divide Giava e Sumatra godevano seppur marginalmente di questa economia con flussi di valuta pregiata.

Nessuno si aspettava che i lapilli e le ceneri potessero essere pericolosi. Invece il mare si è sollevato come un drago. Un’onda alta venti metri, e la devastazione è stata immensa. Duecentoventi morti, dice il bilancio provvisorio. Ma sappiamo che nei Paesi molto poveri, dove i villaggi sparsi su isolette sono quasi ignoti, queste tragedie hanno verità che strappano come ridicoli i primi conteggi.

Stavolta ci si interroga sul perché non sia partito l’allarme preventivo, e la cosa viene spiegata con semplicità. Il vulcano Anak non ha generato un terremoto, dunque la rete mondiale non ha fatto scattare l’emergenza. Colpevole dello sconquasso oceanico è stata una enorme frana sotto il livello delle acque. Interessa questo, più che la sorte dei disgraziati autoctoni: è un avviso a noi di essere prudenti. Ci preme di noi, dei parenti, degli amici, così che non ci si esponga.

Quanto agli asiatici non siamo disposti a sentirli troppo fratelli. In quelle terre dove Dio sorride con mille colori la fede cristiana alimenta semi di speranza ecco che spesso, troppo spesso, la natura si capovolge con terremoti e catastrofi. Prevale perciò l’abitudine, la sofferenza ripetitiva degli altri, specie quando sono lontani nello spazio, non spostano niente nella nostra vita, l’emozione dura un istante, e via.

Io non posso però consentire, almeno a me stesso, di scivolare lungo questa china dell’indifferenza. Ho la fortuna di avere un amico sacerdote indonesiano, che viaggia tra gli studi a Roma e la sua comunità. Ho accompagnato San Giovanni Paolo II tra quelle genti e so — lo so! — che loro siamo noi. Sono parte della nostra famiglia. In questi giorni di Natale la memoria va alla stella cometa. Essa ha condotto i Magi per un viaggio difficile, in deserti inospitali. La distanza era un limite. Ma il desiderio di colmare il bisogno del loro cuore ha rovesciato gli ostacoli. Questi fatti chilometricamente lontanissimi hanno sopra di loro la medesima stella cometa. Occuparci di loro non è un dovere, è la strada verso Betlemme, verso il luogo dove risuona la voce del cielo.

Il Papa ha chiesto subito la mobilitazione del mondo intero. Noi ci siamo. O no?

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