ALFIE EVANS/ E’ ancora giustizia quella che rifiuta la vita a tutti i costi?

- Paola Binetti

Niente da fare: ieri sera il giudice Hyden dell’Alta corte di Londra ha ordinato di spegnere le macchine che tengono in vita Alfie Evans, diventato un caso diplomatico. PAOLA BINETTI

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Alfie Evans (2016-2018) (Foto dal web)

Niente da fare: poco dopo le 22 in Italia, il giudice Hyden dell’Alta corte di Londra ha ordinato di spegnere le macchine che tengono in vita il piccolo Alfie Evans. Uno schiaffo alla vita, all’appello di Papa Francesco, all’iniziativa diplomatica dell’Italia.

Eppure, a volte i miracoli sembrano accadere. Quel che è accaduto ieri, prima che il giudice inglese confermasse pervicacemente il no alla vita, sembrava un miracolo bello e buono, in cui la politica italiana si è messa in gioco dando il meglio di sé in modo trasversale. Aveva cominciato Giorgia Meloni con una proposta al governo incredibile per audacia e creatività istituzionale; lo aveva fatto partendo da quanto Francesco Ognibene aveva scritto ieri sulla prima pagina di Avvenire in modo coraggioso e decisamente controcorrente: diamo ad Alfie Evans la cittadinanza italiana. Eppure non c’erano evidenze del fatto che questo potesse accadere, nonostante le pressioni che da più parti si stavano facendo su Alfano e Minniti, ministri in carica solo per gli affari correnti. 

La presenza di Mariella Enoc, presidente dell’Ospedale Bambino Gesù, a Liverpool era nello stesso tempo segno di speranza, e di oscuro pessimismo. I dirigenti dell’Ospedale non avevano voluto riceverla e con uno sgarbo istituzionale enorme la tenevano fuori dalla porta della cabina di regia, laddove si prendono le decisioni. Eppure era facile immaginare che la Enoc fosse là anche come ambasciatrice di Papa Francesco, che su questo punto si era pubblicamente e ripetutamente speso, dicendo un No secco e senza equivoci a qualsiasi di forma di eutanasia. Anche a quelle mascherate di umana pietà. Tutto era pronto, ma niente si muoveva. 

Io stessa intervenendo con un mio comunicato, apparso sulle principali agenzie poco prima dell’ora di pranzo di ieri, avevo segnalato la drammatica contraddizione del nostro tempo. Nonostante i progressi tecnico-scientifici, la volontà di morte sembra prevaricare su qualsiasi altra volontà; il diritto di morire quando e come si vuole, può essere affermato contro ogni altro diritto, fino al punto di annientare anche il più sacro e il più umano dei diritti-doveri dei genitori: quello di prendersi cura dei propri figli, senza se e senza ma.

Che il miracolo potesse davvero accadere lo si è cominciato a credere quando i medici dell’Alder Hey Hospital di Liverpool, i quali alle 12 ora di Londra avrebbero dovuto iniziare la procedura per staccare le macchine che tengono in vita il piccolo, hanno — a sorpresa — sospeso la procedura. La notizia è stata data dall’avvocato della famiglia Evans ed è apparsa subito sulla pagina Facebook dell’Alfie’s Army, gestita da Flo Hoy, uno degli innumerevoli amici che Alfie non sa ancora di avere su questa terra, ma che tentano di proteggerlo da una magistratura che interpreta in modo assolutamente discrezionale il principio di autodeterminazione. 

I giudici di Liverpool infatti finora hanno negato questo diritto ai genitori Evans, che vogliono solo far vivere il proprio figlio per accompagnarlo con amore nella sua malattia, senza fargli violenza. Ma il caso di Alfie, come quello di Charlie Gard, non sono casi isolati e non possono essere affrontati creando ogni volta una mediatizzazione che non di rado aggiunge sofferenza a sofferenza nel vissuto dei genitori. Non dobbiamo limitarci a vivere il singolo caso — ha detto la Enoc —, ma occorre fare delle riflessioni più culturali e meno ideologiche, cercando di far sì che in tutto il mondo si rispetti la scelta dei genitori. Nessuno vuole fare accanimento terapeutico ma si deve poter fare un accompagnamento più sereno. Mariella Enoc da oltre un anno e mezzo segue questa vicenda, cercando di non fare rumore, ma nella piena consapevolezza che occorre dare vita ad un nuovo modo di pensare la medicina, senza mai perdere di vista quelle medical humanities che danno senso e significato al lavoro di ogni medico e rendono più degne di questo nome tutte le strutture ospedaliere.

La Enoc dovrà tornare a Roma addolorata per il fatto di non poter condividere con Papa Bergoglio la gioia di aver salvato una vita. Non potrà dire di aver sconfitto una volta di più il drago e portare questa vittoria in dono al Santo Padre, nel giorno del suo onomastico. I magistrati inglesi non hanno fatto un passo indietro, ma un passo ulteriore, forse definitivo, verso la morte. 

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